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Benares

La ganga è in piena, i Ghat sono sommersi tutti.

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Siamo arrivati dopo 26 ore verso mezzanotte a Varanasi (benares) distrutti dopo 26 ore da Agra. Prendo impegno con il taxista per l’indomani alle cinque. Quando lo dico agli altri, non fanno una piega: “si , meglio , dicono , pranziamo con calma”…………. non credono alle loro orecchie quando dico loro che intendevo le cinque di mattina ! Ridono, increduli, mancano tre ore……alle sei siamo su un fiume in piena, nell’anno mille, circondati da pire con cadaveri che bruciano, aggrappati ai muri con le unghie per avanzare, verso una umanità che prega, indifferente a noi coglioni che facciamo un po’ di foto, poi ci vergoignamo , e smettiamo.

Africa 1992

foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
1992. Torno in africa. Con progetti tranquillli. L’inizio non è sotto i migliori auspici. Dopo due giorni a Nairobi, piccolo aereo per Monbasa, poi prendo un matatu, un taxi collective per Kwale, dove sono diretto. Facciamo un tamponamento molto forte, di sbieco, il pulmino si intraversa, poi cappottiamo. Io sono a destra: finisco sotto a tutti: sono pieno di sangue, non so se è il mio, immerso nei vetri, con un neonato sul collo, non so di chi. Il alto si vede luce, il pulmino si è aperto. La gente , per uscire nella ressa, schiaccia quelli sotto: urlo “pole, pole” , per assurdo di colpo tutti compiti, escono con calma. Esco dopo 20 minuti. Il mio bagaglio era sul tetto , è volato, è sparito, l’hanno rubato: primo giorno di vacanza, sono pieno di sangue, non ho più nulla, in un villaggio sconosciuto che si chiama Tiwi.

Messico

Sono in Messico

Sono arrivato con un volo via Mosca, Shannon, Cuba con Aeroflot.

Una volta i voli costavano una cifra, risparmiare era essenziale. 30 ore e passa la paura….

…sono in Messico da più di un mese. Campagna presidenziale, tumulti….

Siamo a Isla Mujeres dopo aver fatto Taxco, Acapulco, Palenque, Tuztlia Gutierrez, Tikal, poi Merida, Chichen Ytza, Puerto Juarez….
Siamo a Isla mujeres, una meraviglia.
Guardiamo l’Hotel Rocas del Caribe, stanza mega, con grandi terrazzi a sbalzo sugli scogli, ma costa troppo….70 dollari….
Ripieghiamo su un alberghetto più modesto, ma carino.

Crolla il peso.

Banche chiuse. Nessuno ci cambia nulla. ma , cazzo, “tiengo dolares….” Nada. “Carajo”…
Quando riapron le banche invece di 33 che valeva prima, il mio dollaro vale 120. Di colpo sono ricco.

Evvai al Rocas del Caribe……tutto lusso….

Albe infuocate e laterali e tramonti a destra rosso fuoco dal terrazzo del super albergo che di colpo mi costa un quarto, a sbalzo sugli scogli a pochi soldi….

Gite fantastiche a Isla Contoy, parco naturale, una pippa come me prende 5 barracuda di cui uno da 18 chili e 4 da dieci.
Imparo a fare il sebice (o sevice). – Tagli a quadratini il pesce e lo metti nelle bacinelle di plastica del bucato col lime al sole….. fantastico…
Compriamo di tutto, tappeti, cappelli, ninnoli, sciarpe, giubbotti, ecc.ecc. ma ci rimangono soldi….

Allora, tornati a Ciudad do Mexico andiamo all’Ambasciata russa e chiediamo il visto per fermarci in Russia al ritorno….

Moscow.

Aeroporto. Nessuno parla nulla. Sappiamo bene inglese, francese, spagnolo, e un po’ di tedesco, ma loro parlan solo russo, ecchediamine….
Arriviamo infine in centro. Piazza rossa, Cremlino. Bello, freschetto. Coi giubbotto indio faccio un pò ridere ma quello ho.

Nessuno parla niente. Giriamo, giriamo, ma…un albergo ?

Alla fine riconosco il cirillico….Россия , in piazza rossa, è l’albergo Russia, andiamo.
Un ometto mi chiede una cosa che non capisco, mi incazzo, rispondo piccato.
Due omoni da duecento centimetri e duecento chili mi prendono, mi sollevano, e mi “depositano” fuori dalla porta. Cazzarola.

Vaghiamo…. sento parlar inglese. Domando come fare a avere un albergo.
“You must go to Intourist”. Il ministero del turismo.

Andiamo. Una signora simpatica come una colica renale ci propone alberghi da magnate. Cifre esagerate. 200 dollari e rotti. Quarant’anni fa, una cifra !

ma che siete matti ?

“Ma…. “i’m a worker, i came in the country of the workers and you fuck me in this way ? “(letterale) “Ok. I want to go to italy, forget Russia”.

Do you want a cheaper hotel ? ” “Vedi un po’ “.

Ci mandano nella taiga. Hotel Solnetsky. (Non so bene come si scrive)

La mattina due chilometri di sterrata a piedi, fino a una strada, autostop, camion o autobus , fino a dove inizia la metro che poi ci porta in centro. Piazza Rossa e limitrofe.

Sull’autobus mi sento un nano, ho gli occhi poco sopra le cinture degli uomini. Giganti. alcuni stanno con la testa piegata sul soffitto del bus….

La gente è incredibilmente gentile, Tutti.

Ricordo un distributore di sidro. Lo guardo esterrefatto non capendo quanti copechi, il cambio, monetine, non so…

Una signora, una babushka, mi da dei soldini ma non vuole il cambio, li inserisco, premo e il sidro se ne va sprecato…

Aspettavo la discesa automatico del solito bicchiere di plastica invece lì vicino c’era un bicchiere di vetro da osteria che dovevo prendere e lavarmi.
….che figura..balbetto scuse alla babushka che ride, e rimette i soldi nella macchina….poi bevo il sidro….mi impunto per i soldi..niente. Non li vuole.

Compro del caviale che mi viene sequestrato all’aeroporto da un’altra donna grande come un armadio e cattiva come un dobermann, e il caviale torna al negozio, o se lo pappa lei, non so.

Era il ’79 e in Russia non ci si andava così, per conto proprio.

Ci si andava col PCI, a visitare la segheria modello, la fabbrica modello, l’ufficio modello. Ero comunista all’epoca, o pensavo di esserlo, per quel quasi zero che ne capivo.

Dopo Russia, Cecoslovacchia, Romania e Berlino Check Point Charlie, decisi che non era cosa….

e di qua dal muro si stava meglio, eccome….

Ero giovane.

Andò così.

2004 a La digue…

Una storia che m’è successa.

Natale 2004, siamo a La Digue – Seychelles.

L’oceano indiano mi ha sempre attratto morbosamente, e ci sono stato già venti volte, circa.

Passiamo il natale mangiando e bevendo – poco- perché alle Seychelles c’è poco. Aragoste quel giorno e pasta asciutta che avevo portato io, ma la vuole fare il cuoco e la buttiamo.

Con noi una coppia di giornalisti, lui dell’associated press, e il nostro caro amico Dario, svizzero che incontriamo sempre lì, che viene stavolta dal Sudafrica

Il giorno dopo, il 26, la coppia di giornalisti va a fare pesca d’altura, prendono un motoscafone potente, quelli con le canne lunghe e il sedile con cintura, per i Marlin, ecc.ecc.

In tarda mattinata noi, che siamo sempre in bici se non in acqua, andiamo al porticciolo di Anse Severe per vederli tornare.

Sono invece già tornati perché i due marinai vedono correnti mai viste e rientrano.

L’acqua del porticciolo di La Digue è più trasparente della Sangemini, tutto lì è fantasticamente luminoso e trasparente.

Tutto e sempre.

Guardo l’acqua, e vedo che piano piano sale. “Marea crescente” sentenzio, sperando di far bella figura gratis, io, totalmente incompetente di lune, maree; non ne so niente.
Dopo un po’ l’acqua scende… ma allora….
Non era crescente ? Boh.

Dopo un po’ vedo l’acqua marrone, come di un fiume in piena che passa da un bacino del porticciolo all’altro, mi giro e infatti quello dietro di me è vuoto. Le barche sono semplicemente appoggiate sul fondo in mezzo a stelle marine , sassi, pozzanghere, ostriche…. la gente è paralizzata, con gli occhi sgranati.
Nessuno ha mai visto, né ha mai sentito parlare di una cosa così….

Il mare non c’è più.

Al largo la lunga fila schiumosa di marosi che si infrangono di solito sulla barriera corallina e sostituita da una linea marrone: La barriera emerge in tutta la sua interezza fuori dall’acqua: l’Oceano Indiano si è ritirato un bel po’.

Io e Alessia ci guardiamo sbigottiti e lei mi domanda terrificata.. “Francesco….ma….sta arrivando uno tzunami ?”

“Per forza. Non può esser evaporato l’Oceano Indiano”.

Alessia non ha paura dello tzunami.
Ha il terrore. Da sempre.

Abbiamo paura di tante cose, ma ognuno di noi ha il terrore specifico di qualcosa. Io da piccolo delle sabbie mobili per esempio…. Lei da sempre, e di brutto, degli tzunami.

Vola.

Prende la prima bici,- la mia – e comincia a pedalare che Eddy Merx è un paraplegico. Una kawasaki….

Io provo ad avvisare un po’ di gente ” le dangerou, escape” in criol. ” Big waves are coming” Go away from here” e loro però ti guardano sorridenti e paciosi con una rapidità di reazione da bradipo narcotizzato…

“Fate ‘npò come vi pare”. Prendiamo, io e il puffo, Dario, le nostre bici e corriamo dietro ad Alessia. 35 all’ora minimo e raggiungiamo in pochi minuti la collinetta dove è sito il Mon Rêve, il nostro Chalet. Cerchiamo di far avvisare chi ha amici e parenti o figli in giro per le spiagge.
A La Digue pressappoco non c’è nulla, non funziona nulla, non succede nulla da secoli….da sempre…

“Big Waves are coming !!” cerchiamo di avvisare….

E infatti arrivano.

Il porto, ho visto dopo le riprese del nostro amico di AP, diventa un turbine, Un catamarano viene infilato tra gli alberi, tutte le barche riportano danno a prua e a poppa, niente di grave, il porticciolo è a Ovest, mente l’onda è arrivata da 6000km a est, dall’Indonesia, poi abbiam saputo.
A Mahè tutti resort sulla spiaggia vengono spazzati , l’acqua entra dal fronte ed esce dal retro spargendo mobili per centinaia di metri, muore solo un pescatore.

Nessuno sa ancora che cataclisma si è verificato nel mondo.

Si parla di inondazioni alle Maldive, un po’ a Nord Est rispetto a dove stiamo noi, ma nulla di preciso.

Il giorno dopo la gente sta a 100 metri dalla riva guardando il mare con sospetto.

Vado a Gran anse, la mia preferita. c’è qualche tronco sulla spiaggia ma è la solita assoluta, atemporale, primordiale, abbacinante bellezza.

Sono l’unico dell’isola a fare il bagno dopo i tentativi dissuasori dei pescatori e amici seychelloise.

Vado fino al largo e poi torno, in un Oceano in realtà più calmo del solito.

I giorni a seguire sapremo il macello che è successo nel mondo.

Partito dal largo di Banda Aceh, Sumatra, lo tzunami ha distrutto le coste di Tamil Nadu , Ceylon, – piango Galle e Hikkaduwa dove son stato qualche anno prima e ho tanti amici- Puket, Andamane, con 20.000 morti.

I morti sono in totale 220 mila. Un disastro biblico. Immane.

Molti amici in Italia ci danno per morti invece stiamo ancora in paradiso anche se piano piano stiamo capendo quello che è accaduto….

Amazzonia

foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.

Una storia che mi è successa – Amazzonia

Siamo scesi dalle Ande, ci siamo infilati nella giungla amazzonica, e siamo arrivati con bus, camion e jeeppette varie fin dove finiscono le strade. Mesahuallì.
Siamo sul rio Tiputinì. affluente del rio Negro.
Stiamo qualche giorno in una capanna, divertente; spartana è termine spesso abusato.
Quì no.
Però si sta bene. l’Atmosfera è eccezionalmente amichevole, gli indio sono angioletti, e la sera si suona la chitarra e si canta. Cioè, io lo faccio una volta sola, poi sento come cantan loro e smetto: un pathos e una dinamica vocale inarrivabili.
Organizziamo infine con altri viaggiatori arrivati alla fine delle strade, un attraversamento della giungla in canoa, poi a piedi, poi zattera. Siamo due italiani, due tedeschi, due olandesi, un francese, una guida, due portatori, un pò di cibo. Ognuno il suo zaino, grossetto.
Si prevede di metterci una decina di giorni.
Partiamo. Due ore di canoa a motore, e veniamo lasciati ben lontani. Proseguiamo a piedi…ci becca subito un acquazzone a secchiate. Il fiume che stiamo bordeggiando ingrossa un pò, siamo nel fango fino al ginocchio, la guida , Sombra, si guarda attorno spaesato: si è perso.

Mi metto a ridere. Giungla, piove, il fiume si ingrossa siam partiti da neanche tre ore e la guida non sa dove andare: annamo bene !!

Poi, si raccapezza, e dopo due o tre ore di cammino arriviamo alla nostra prima metà.
Sombra si premura subito di ragguagliarci sulle ragnatele che sono ovunque: tana di tarantole.
Le narrazioni serali tra di noi “viaggiatori” sono molto evolute, io pensavo di essere un viaggiatore, poi sento Jean Marie, di Parigi, che è in giro da tre anni, viene dall’antartide via chile, paraguay, patagonia dove è arrivato attraversando il pacifico in barca a vela via isole marchese….ecc.ecc. In confronto noi siamo in gita domenicale ….Io sembro un incursore, lui invece è in amazzonia in infradito, una flemma da lord inglese, coltissimo, ex pilota di caccia, è in pensione anticipata per un incidente e gira il mondo, sempre.

Sombra invece ci elenca le maniere in cui l’Anaconda uccide le sue vittime: l’ipnosi degli occhi di fuoco, l’alito narcotico, le spire possenti: secondo me ci gode….
La prima notte passa tranquilla. In realtà come anche quelle che seguiranno…non così i giorni.
Due o tre giorni di marcia e bellissime notti in riva al fiume, sotto architetture semplicissime ma funzionali, in pratica steli di palma lunghi 5 o 6 metri piantati ad arco nella sabbia in testa e in coda come le centine di una serra, dove c’è fissato un telo di nylon e un nylon per terra: punto. Tra l’arco di nylon anti pioggia e il terreno ci sarà un metro dove guardiamo la luna sul fiume, sentiamo gli uccelli, ci raccontiamo storie di altri viaggi, ci facciamo indovinelli, e dopo 6/10 ore di marcia, ti appisoli volentieri: bellissimo.

Dopo due o tre giorni arriviamo a un fiume grandino. E ci mettiamo a costruire due zattere, tagliando alberi di tre tipi diversi. Balsa grande, balsa piccola e paudiferro. “Balsa” vuol dire zattera ma anche un legno leggerissimo, se asciutto. I due grandi tronchi ai lati, i piccoli come piano, i pioli di paudiferro come cavicchi per una architettura che non avrei mai immaginato: geniale, resistente ed elastica.

Vi farò un disegnetto. A parole è impossibile.

Ci mettiamo una mattinata a fare due zattere, una grande per noi, una piccola con rialzo per gli zaini, con dentro tutto ciò che non si deve bagnare. Tutta la tecnica e la sapienza è degli indio: noi non avremo avuto idea. Siamo morsi da una infinità di pestilenziali, piccoli ma fastidiosissimi insettti: arenillas. Molto molesti, ma sembrano punture piccole.

Partiamo. La guida delle zattere è affidata a delle lunghe pertiche che toccando il fondo del fiume, o le pareti a strabiombo a volte, ci permetteono di indirizzare la zattera. Una bella fatica.

Il flusso è scarso. Ha piovuto poco sulle Ande; quando si allarga diventa bassissimo e la zattera si arena pigramente sulla ghiaia. Dobbiamo scendere e, a piedi nudi sulla ghiaia, sollevarla e cercare di farla camminare: pesa come un furgone. La balsa è leggera quando asciutta, impregnata d’acqua pesa come quast’ultima e la zattera sarà 5 metri per 4. Una bestia.

Il secondo giorno (credo) decidiamo di levare i due tronchi gorssi ai lati, con 40 centimetri di diametro, appesantiscono troppo la balsa. via i tronconi. Poi la notte piove a dirotto e ci ritroviamo con una balsa piccola e leggera su un fiume in piena, che ora invece corre….molto… vabbè.

Ora la zattera va veloce e volte le pertiche non toccano il fondo, e comunque la forza non basta e la zattera va un pò dove vuole, siamo a mollo dalla mattina alla sera e in leggera ipotermìa. Sbatti di qua, sbatti di la, la zattera si sbrindella un pò e ci fermiamo a ritenderla. Un lavoro di squadra: i due pali trasversali sono persorsi da funi che si sono allentate, vanno ritese. Oh, issa, oh issa, si stacca un palo e con una forza indicibile si solleva di colpo colpendo al volto domingo, uno dei due portatori: lo colpisce dal basso, all’arcata sopraccigliare. Vedo distintamente i piedi di Domingo sollevarsi e il poveretto si accascia dopo un volo di qualche metro in un una pozza di sangue; se l’avesse preso sul naso da sotto, l’avrebbe ucciso sul colpo: un colpo formidabile.

Ci penso io !

Io non millanto, non lo faccio mai, ma quella volta l’ho fatto alla grande.

Autonominatomi dottore del gruppo, mi ricordo che per un caso strano della vita ho, nel bagaglio sull’altra zattera, un corposo kit medico con proprio quello che fa al caso. Suture meccaniche in caso di ferite profonde, placche all’interferone per abrasioni. Il kit anti serpenti, bussola, ami e esche, fiammiferi antivento, invece li l’ho con me, nelle tasche laterali dei pantaloni.

Nuoto controcorrente per una mezz’oretta: l’altra zattera era indietro.

Nuotare controccorrente trascinandomi una persona che lascia una scia di sangue, in un fiume Amazzonica dove si presuppone possano esserci piranha e affini, mi da un certo brivido….

Raggiungiamo l’altra zattera. La facciamo accostare.

Prendo lo zaino ed estraggo il necessario: leggo”disinfectant”. Bene. Faccio sdraiare Domingo.
Dalla boccetta esce, sulla ferita, una bolla di shampoo : “cazzo”. Era shampoo disinfettante. Ora la faccia di domingo è un miscuglio di sangue e bolle di sapone.
“Quema ?” ( brucia ? domando) – Si – “Perfetto” – “Tiene che quemar”. Io, con l’aria del dottore che non ha mai fatto altro nella vita che curare feriti sul bordo del fiume.
Non è facile. Ho delle striscette adesive ed elastiche che, poste trasversali a una ferita, la costringono a star chiusa, suturandola, ma…. è tutto bagnato, insaponato, non attaccano per nulla e poi, trasversale, vuol dire sull’occhio: è l’osso dell’arcata ad essere completamente esposto. Lo faccio sciacquare, poi asciugo come posso, con l’avambraccio… ci metto un pò.

Poi riesco a mettere le striscette in obliquo, che chiudano la ferita ma passino ai lati dell’occhio. Alla fine la ferita è chiusa anche se la faccia di Domingo è tumefatta per il gran colpo subito. Mettiamo la zatterina in acqua e raggiungiamo infine l’altra zattera e tutti gli altri, è sera.

Si riparte. La navigazione è divertentissima e un pò avventurosa; anche se siamo sempre a mollo, almeno con piedi e sedere. Spesso siamo costretti a buttarci tutti in acqua quando la zattera va verso le sponde dove alberi sporgenti o rocce ci verrebbero in faccia. Nuotando, la recuperiamo un pò più a valle: divertente davvero.

Forse il giorno seguente ancora, mentre stiamo andando forte, la zattera si accosta molto a delle rocce laterali. con le pertiche si cerca di tener distanza ma ci vuole molta forza e l’appoggio sui trochi bagnati non è saldissimo: domingo, sempre lui, scivola e gli rimane il piede tra la zattera, che ricordo pesa come un’automobile, e si prende una pelata clamorosa.
Si vede chiaramente, completamente a nudo, l’osso a palla del malleolo.
Zac. Cosa ho io nello zaino, se non delle placche, costosissime, sperimentali, a base di interferone, prototipi Johnson& Johnson che poi non verranno mai commercializzati, atte a proteggere abrasioni profonde e ricreare tessuto ?
La piazzo sul malleolo a vista di Domingo, e via così. Dopo qualche giorno a Mesahuallì, sarà grande la sorpresa di tutti nel vedere il tessuto perfettamente ricresciuto sul malleolo di Domingo. Efficacia strepitosa della medicina avanzata.

Dopo l’ultima tappa in zattera, la abbandoniamo e una lunga marcia, questa volta di 12 ore, ci porta a un villaggio, dove Sombra si apparta con la Reina…. e ci riposiamo. Da li passerà una zattera a motore che ci riporterà a Mesahuallì. Siamo esausti ma contenti. E’ stato entusiasmante e il gruppo era eccezionalmente interessante e coeso.

Bello.

Miriam, con me, ha piagnucolato un pò per via di un ginocchio che le faceva male, sopratutto in discesa, ma , tutto sommato si è comportata egregiamente. Molti passaggi erano su un singolo tronco, smussato, fradicio, e con lo zaino che sbilancia un pò. Sotto non c’erano strapiombi, ma tre o quattro metri e poi il fango: ma non c’è cascato nessuno….d’altronde, quando non hai scelta, vai… che altro potresti fare ?

Arriviamo in fine al villaggio dive c’è la Rejna e gli indio hanno un sacco di dita a piedi e mani……
Siamo distrutti.

Dopo qualche giorno a Mesahuallì a cincischiare torneremo sulle Ande, poi a Quito, e da li alle Galapagos. Le punture di arenillas non guariscono, si sono ingrandite ,molto e suppurano. Ci metto un paio delle placche magiche ma…niente.

A Puerto Ayora, Santa Cruz, Galapags, vado all’ospedale e una puntura da cavallo, della vecchia intramontabile penicillina, le stronca.

Secche in due giorni e via, in barca, ma quella è un’altra storia….

Amazonas

foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
Una storia che mi è successa – AmazzoniaSiamo scesi dalle Ande, ci siamo infilati nella giungla amazzonica, e siamo arrivati con bus, camion e jeeppette varie fin dove finiscono le strade. Mesahuallì.
Siamo sul rio Tiputinì. affluente del rio Negro.
Stiamo qualche giorno in una capanna, divertente; spartana è termine spesso abusato.
Quì no.
Però si sta bene. l’Atmosfera è eccezionalmente amichevole, gli indio sono angioletti, e la sera si suona la chitarra e si canta. Cioè, io lo faccio una volta sola, poi sento come cantan loro e smetto: un pathos e una dinamica vocale inarrivabili.
Organizziamo infine con altri viaggiatori arrivati alla fine delle strade, un attraversamento della giungla in canoa, poi a piedi, poi zattera. Siamo due italiani, due tedeschi, due olandesi, un francese, una guida, due portatori, un pò di cibo. Ognuno il suo zaino, grossetto.
Si prevede di metterci una decina di giorni.
Partiamo. Due ore di canoa a motore, e veniamo lasciati ben lontani. Proseguiamo a piedi…ci becca subito un acquazzone a secchiate. Il fiume che stiamo bordeggiando ingrossa un pò, siamo nel fango fino al ginocchio, la guida , Sombra, si guarda attorno spaesato: si è perso.

Mi metto a ridere. Giungla, piove, il fiume si ingrossa siam partiti da neanche tre ore e la guida non sa dove andare: annamo bene !!

Poi, si raccapezza, e dopo due o tre ore di cammino arriviamo alla nostra prima metà.
Sombra si premura subito di ragguagliarci sulle ragnatele che sono ovunque: tana di tarantole.
Le narrazioni serali tra di noi “viaggiatori” sono molto evolute, io pensavo di essere un viaggiatore, poi sento Jean Marie, di Parigi, che è in giro da tre anni, viene dall’antartide via chile, paraguay, patagonia dove è arrivato attraversando il pacifico in barca a vela via isole marchese….ecc.ecc. In confronto noi siamo in gita domenicale ….Io sembro un incursore, lui invece è in amazzonia in infradito, una flemma da lord inglese, coltissimo, ex pilota di caccia, è in pensione anticipata per un incidente e gira il mondo, sempre.

Sombra invece ci elenca le maniere in cui l’Anaconda uccide le sue vittime: l’ipnosi degli occhi di fuoco, l’alito narcotico, le spire possenti: secondo me ci gode….
La prima notte passa tranquilla. In realtà come anche quelle che seguiranno…non così i giorni.
Due o tre giorni di marcia e bellissime notti in riva al fiume, sotto architetture semplicissime ma funzionali, in pratica steli di palma lunghi 5 o 6 metri piantati ad arco nella sabbia in testa e in coda come le centine di una serra, dove c’è fissato un telo di nylon e un nylon per terra: punto. Tra l’arco di nylon anti pioggia e il terreno ci sarà un metro dove guardiamo la luna sul fiume, sentiamo gli uccelli, ci raccontiamo storie di altri viaggi, ci facciamo indovinelli, e dopo 6/10 ore di marcia, ti appisoli volentieri: bellissimo.

Dopo due o tre giorni arriviamo a un fiume grandino. E ci mettiamo a costruire due zattere, tagliando alberi di tre tipi diversi. Balsa grande, balsa piccola e paudiferro. “Balsa” vuol dire zattera ma anche un legno leggerissimo, se asciutto. I due grandi tronchi ai lati, i piccoli come piano, i pioli di paudiferro come cavicchi per una architettura che non avrei mai immaginato: geniale, resistente ed elastica.

Vi farò un disegnetto. A parole è impossibile.

Ci mettiamo una mattinata a fare due zattere, una grande per noi, una piccola con rialzo per gli zaini, con dentro tutto ciò che non si deve bagnare. Tutta la tecnica e la sapienza è degli indio: noi non avremo avuto idea. Siamo morsi da una infinità di pestilenziali, piccoli ma fastidiosissimi insettti: arenillas. Molto molesti, ma sembrano punture piccole.

Partiamo. La guida delle zattere è affidata a delle lunghe pertiche che toccando il fondo del fiume, o le pareti a strabiombo a volte, ci permetteono di indirizzare la zattera. Una bella fatica.

Il flusso è scarso. Ha piovuto poco sulle Ande; quando si allarga diventa bassissimo e la zattera si arena pigramente sulla ghiaia. Dobbiamo scendere e, a piedi nudi sulla ghiaia, sollevarla e cercare di farla camminare: pesa come un furgone. La balsa è leggera quando asciutta, impregnata d’acqua pesa come quast’ultima e la zattera sarà 5 metri per 4. Una bestia.

Il secondo giorno (credo) decidiamo di levare i due tronchi gorssi ai lati, con 40 centimetri di diametro, appesantiscono troppo la balsa. via i tronconi. Poi la notte piove a dirotto e ci ritroviamo con una balsa piccola e leggera su un fiume in piena, che ora invece corre….molto… vabbè.

Ora la zattera va veloce e volte le pertiche non toccano il fondo, e comunque la forza non basta e la zattera va un pò dove vuole, siamo a mollo dalla mattina alla sera e in leggera ipotermìa. Sbatti di qua, sbatti di la, la zattera si sbrindella un pò e ci fermiamo a ritenderla. Un lavoro di squadra: i due pali trasversali sono persorsi da funi che si sono allentate, vanno ritese. Oh, issa, oh issa, si stacca un palo e con una forza indicibile si solleva di colpo colpendo al volto domingo, uno dei due portatori: lo colpisce dal basso, all’arcata sopraccigliare. Vedo distintamente i piedi di Domingo sollevarsi e il poveretto si accascia dopo un volo di qualche metro in un una pozza di sangue; se l’avesse preso sul naso da sotto, l’avrebbe ucciso sul colpo: un colpo formidabile.

Ci penso io !

Io non millanto, non lo faccio mai, ma quella volta l’ho fatto alla grande.

Autonominatomi dottore del gruppo, mi ricordo che per un caso strano della vita ho, nel bagaglio sull’altra zattera, un corposo kit medico con proprio quello che fa al caso. Suture meccaniche in caso di ferite profonde, placche all’interferone per abrasioni. Il kit anti serpenti, bussola, ami e esche, fiammiferi antivento, invece li l’ho con me, nelle tasche laterali dei pantaloni.

Nuoto controcorrente per una mezz’oretta: l’altra zattera era indietro.

Nuotare controccorrente trascinandomi una persona che lascia una scia di sangue, in un fiume Amazzonica dove si presuppone possano esserci piranha e affini, mi da un certo brivido….

Raggiungiamo l’altra zattera. La facciamo accostare.

Prendo lo zaino ed estraggo il necessario: leggo”disinfectant”. Bene. Faccio sdraiare Domingo.
Dalla boccetta esce, sulla ferita, una bolla di shampoo : “cazzo”. Era shampoo disinfettante. Ora la faccia di domingo è un miscuglio di sangue e bolle di sapone.
“Quema ?” ( brucia ? domando) – Si – “Perfetto” – “Tiene che quemar”. Io, con l’aria del dottore che non ha mai fatto altro nella vita che curare feriti sul bordo del fiume.
Non è facile. Ho delle striscette adesive ed elastiche che, poste trasversali a una ferita, la costringono a star chiusa, suturandola, ma…. è tutto bagnato, insaponato, non attaccano per nulla e poi, trasversale, vuol dire sull’occhio: è l’osso dell’arcata ad essere completamente esposto. Lo faccio sciacquare, poi asciugo come posso, con l’avambraccio… ci metto un pò.

Poi riesco a mettere le striscette in obliquo, che chiudano la ferita ma passino ai lati dell’occhio. Alla fine la ferita è chiusa anche se la faccia di Domingo è tumefatta per il gran colpo subito. Mettiamo la zatterina in acqua e raggiungiamo infine l’altra zattera e tutti gli altri, è sera.

Si riparte. La navigazione è divertentissima e un pò avventurosa; anche se siamo sempre a mollo, almeno con piedi e sedere. Spesso siamo costretti a buttarci tutti in acqua quando la zattera va verso le sponde dove alberi sporgenti o rocce ci verrebbero in faccia. Nuotando, la recuperiamo un pò più a valle: divertente davvero.

Forse il giorno seguente ancora, mentre stiamo andando forte, la zattera si accosta molto a delle rocce laterali. con le pertiche si cerca di tener distanza ma ci vuole molta forza e l’appoggio sui trochi bagnati non è saldissimo: domingo, sempre lui, scivola e gli rimane il piede tra la zattera, che ricordo pesa come un’automobile, e si prende una pelata clamorosa.
Si vede chiaramente, completamente a nudo, l’osso a palla del malleolo.
Zac. Cosa ho io nello zaino, se non delle placche, costosissime, sperimentali, a base di interferone, prototipi Johnson& Johnson che poi non verranno mai commercializzati, atte a proteggere abrasioni profonde e ricreare tessuto ?
La piazzo sul malleolo a vista di Domingo, e via così. Dopo qualche giorno a Mesahuallì, sarà grande la sorpresa di tutti nel vedere il tessuto perfettamente ricresciuto sul malleolo di Domingo. Efficacia strepitosa della medicina avanzata.

Dopo l’ultima tappa in zattera, la abbandoniamo e una lunga marcia, questa volta di 12 ore, ci porta a un villaggio, dove Sombra si apparta con la Reina…. e ci riposiamo. Da li passerà una zattera a motore che ci riporterà a Mesahuallì. Siamo esausti ma contenti. E’ stato entusiasmante e il gruppo era eccezionalmente interessante e coeso.

Bello.

Miriam, con me, ha piagnucolato un pò per via di un ginocchio che le faceva male, sopratutto in discesa, ma , tutto sommato si è comportata egregiamente. Molti passaggi erano su un singolo tronco, smussato, fradicio, e con lo zaino che sbilancia un pò. Sotto non c’erano strapiombi, ma tre o quattro metri e poi il fango: ma non c’è cascato nessuno….d’altronde, quando non hai scelta, vai… che altro potresti fare ?

Dopo qualche giorno a Mesahuallì a cincischiare torneremo sulle Ande, poi a Quito, e da li alle Galapagos. Le punture di arenillas non guariscono, si sono ingrandite ,molto e suppurano. Ci metto un paio delle placche magiche ma…niente.

A Puerto Ayora, Santa Cruz, Galapags, vado all’ospedale e una puntura da cavallo, della vecchia intramontabile penicillina, le stronca.

Secche in due giorni e via, in barca, ma quella è un’altra storia….

East Africa Wildlife Society

foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
Una storia che mi è successa.
Nairobi. 1991
Il piano originale era da Nairobi andare in Tanzania, poi giù , fino al Malawi. Mi perdono il libretto sanitario all’ Aeroporto e ora dovrei rifare un paio di vaccinazioni a Nairobi, dove c’è l’Aids al 40%…..mmhhh.
Sono molto dubbioso e così soggiorno nel mio solito ipermalfamato hotel, l’Heron Court di Millimani Road.
Le mie amicizie lì, son davvero pessime……mi diverto.
Contrabbandieri, ex parà, mercenari e corollario….

Per caso conosco lì due ragazze svedesi che sono lì sia per conto del wwf svedese, sia per conto di una fondazione svedese che si chiama “Save the elephant”, ma nello specifico sono in Kenia, una giornalista, l’altra fotografa, per finanziare progetti “To Save the Rhinos”.
Bene.
Decidiamo allora di unire le forze, solo per qualche giorno, così intanto io penso a ‘sta storia dei vaccini che non mi va giù…noleggio io la jeep, so dove, so come, con chi, insomma, l’ho già fatto tre volte. E Partiamo.
Dopo tre o quattro giorni siamo di ritorno ed è stata una cosa eccezionale: in pochi giorni abbiamo intervistato personaggi famosi, tipo Richard Leakey, ricercatori, fotografi professionisti in Kenia da 30 anni: troppo figo.

Decido di stare con loro, e partiamo, stavolta per un mese, viene anche un membro della East African Wildlife society, Geremiah.
Direzione Masai Mara.

Partiamo.

Alla sera facciamo sosta n un posto sulla strada, mangiamo una bistecca di cuoio, e andiamo in due stanze, io e Geremiah, Tina e Eva in un altra.

La notte ho gli incubi.

A un certo punto mi sveglio di soprassalto -o sogno – e vedo in un angolo alto della stanza, come un babbuino, una scimmia, non so. Tiro un’imprecazione….
Geremiah sobbalza, si sveglia.

“What’s going one ?” – ” Nothing , just an heavy dinner, it’s ok ”
– “Akuna matata “.

Ci rimettiamo a dormire.

Dopo un pò, non ho idea di quanto, Geremiah lancia un urlo.

Mi svegli0 di soprassalto.

“Che c’è ? ….. what’s ? ” – Domando.

“mmm, i don’t know…… strange … it’s seems to me to have seen i kind of baboon, in the corner of the ceiling ……”

-” Ma…strano…mi sembra di aver visto, come un babbuino in alto, nell’angolo del soffitto…..”

Cazzo. Io non gli avevo detto nulla !…

La camera è sigillata. Non c’è e non c’era nulla.

……….forse…..

Spiegazioni ?

Non ne ho.