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Category Archives Viaggi

“Your camera, sir”

foto di Francesco Neri.
Una storia che mi è successa.
New Delhi. Agosto 1994.Sono in giro con degli amici nel casino che è Nuova Delhi.

Chi non è stato in India non ha viaggiato.

Prendo un taxi. Scendo, stanco, frastornato lascio sul sedile la Nikon con tutti gli obiettivi.
Entro in albergo, vicino a Connaght Place , chiedo il conto, lascio quell’albergo per un albergo in un altra zona della città.
Ci andiamo in Risciò.
Scopro di non avere più la borsa fotografica.
Mi incazzo un pò, ma che devo fare ?

Mi rassegno……
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Due giorni dopo, all’uscita dell’Hotel mi corre incontro un taxista trafelato con in mano la mia borsa Nikon. Quando mi vede è raggiante, anche se visibilmente provato.
Parlottiamo concitati: “I was looking for you in the last two days” mi confessa.
Due giorni mi ha cercato. New Delhi ha 13 milioni di abitanti e duemila alberghi.

Mi ha trovato, cavolo !

Non so come ringraziarlo. Gli offro una ricompensa.

La sua testa oscilla impazzita, radiosa, in un sontuoso diniego.

“Almeno i due giorni che hai perso a cercarmi ? “.
Le oscillazioni della testa aumentano.
“You happy, me happy” con la mano sul cuore, e quel piccolo grande uomo se ne va.

Tutto quì.




Dublino

foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
Dublino 2006.
La città con la più alta percentuale di scriittori eccelsi, in proporzione alla popolazione, credo.
Samuel Beckett, Oscar Wilde, George Bernard Shaw, James Joice, Jonathan Swift….

Gli irlandesi sono giocherelloni veri.

Prendiamo una casetta nella piazza dove abitava Oscar Wilde, il mito. Ogni volta che chiedi qualcosa, giocano.
Ti prendono un pò in giro; sempre.
Le serata a Temple Bar sono memorabili.
C’è la partita di rugby Galles -Eire- La sera stessa siamo a cena, a vedere danze irlandesi con Gallesi e Irlandesi.
Il giorno dopo andiamo alla Guiness.
Al ritorno sparisce il servizio autobus, ci sono disordini in città: un sacco di vetrine rotte.

Dubliners….




Bogoria

foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
L’Africa e le sue paure….. inverno 86Ci sono stato la prima volta l’estate, ci torno subito appena posso, fine dicembre e gennaio.
Con un amico.
Prendiamo una Toyota Corolla, la suzukina l’estate mi ha sbriciolato le vertebre sulle buche Keniote, tanto, ho visto, se piove ci vogliono i cingoli, il 4×4 serve a poco.,
Via.
Andiamo negli stessi posti dove sono stato in Estate.
Naivasha, lago bello poi su.
Nakuru, una meraviglia, poi avevo letto del lago Bogoria che non ha i 500.000 fenicotteri rosa del Nakuru, ma due milioni: andiamo.
Ci perdiamo. E’ buio.
12 ore di macchina, in strade sconosciute, fino a una selva, poi una lago: sarà il Bogoria, deduco….
Montiamo la tenda. Non trovo i picchetti, li fabbrico.
Facciamo il fuoco, Antonino timorosissimo, in pratica sta dentro il fuoco….
Abbiamo rimediato due cocciolate e le spiacicoliamo sul chapati: meglio di niente.
A qualche centinaia di metri abbiamo notato una paio di land rover camper, un piccolo accampamento, inglesi, credo.Io vado un pò in giro, in mezzo a ficus giganteschi, a raccoglier rametti, finhè, da dietro un albero, un ruggito.
Raggelo e piano piano, camminando all’indietro, senza dar le spalle al buio, torno al fuoco: i rametti sono sufficienti, decido !
Antonino, per darsi coraggio canta Michelle , da cani, con la mia chitarra: viene minacciato seriamente e desiste: non posso concepire di esser arrivato fino a Bogoria per sentire una capra storpiare un capolavoro….e sovrapporsi ai mille suoni di quel bosco nerissimo.

Alla fine ci infiliamo in tenda: io vorrei lasciar aperto, solo la zanzarierina, lui è ferreo: vabbè.

Dopo un pò stiamo per addormentarci, qualche rumore un pò troppo vicino, un rametto, un respiro: siamo vigili, allertati. Arrivano ancora più vicino……sono parecchi…
Poi indietreggiano. Spariscono. Boh.

Stiamo per addormentarci: un macello.
Dall’accampamento degli “inglesi” viene un rumore incredibile.
Urla agghiaccianti, strepiti, fischi, ruggiti, grugniti (oh, ho finito i verbi, di tutto e di più, ) emessi da moltissimi esseri non identificati. Nessun umano, nessuna parola o grida umana: dieci minuti di inferno a un volume incredibile.
Poi il silenzio.

Come stai in tenda, al buio, in un bosco, così ?

Voi non ci crederete, ma a me non me ne fregava nulla: forse sono matto ma credo che l’ottimismo sia barriera invalicabile.
Mi sentivo benvoluto, in armonia.

Riproviamo a dormire…un pò ci vuole però.
Cazzo, stavo per dormire: un rametto, vicino.
Occhi aperti. Un altro rumore, ma di la. Un ansimare, vicino, respiri, presenze, le senti, respiri, tantissimi, tutti attorno, destra, sinistra SOPRA….vicinissimi…
di colpo: l’inferno.

Una tale massa di grida, strepiti, grugniti, latrati, ringhii, sbuffi, urla, fischi, vicini, a mezzo metro da noi ma proprio da ogni direzione, una quantità enorme di…..non so, sta facendo un casino come mai nella vita, in Africa, al buio, che li potrei toccare, appena dietro la sottilissima tenda….

Non si resiste: battiti e adrenalina ci stanno schizzando fuori dal naso: Antonino (è vero, succede) ha proprio i capelli dritti, in verticale. Sotto l’abbronzatura, è bianco.

Decido una sortita: Decido e impongo la decisione ad Antonino, è l’unica.
Prendo la torcia, spalanco la tenda, e esco urlando come un pazzo, vaffanculo, mi sgolo, a manetta, sventolando la torcia.

Un pazzesco rumore di fronde di mille animali che scappano. Faccio il “velo” ad Antonino che raggiunge la Toyota, la apre, si infila.
Io torno indietro, chiudo bene la tenda. Con passo calmo, torno alla Toyota, apro, mi seggo, e, sbattuto lo sportello, ci addormentiano quasi subito.

P.S.
Non abbiamo mai capito se era il lago Bogoria.
Erano un paio di centinaia di Babbuini, grando imitatori di voci animali, molto territoriali e quindi incazzati, quelli erano alberi “loro” e comunque animali molto potenti: un paio di loro attaccano anche un leopardo, o quantomeno possono difendersi molto bene fino ad ucciderlo.
La mattina:
Gli inglesi erano spariti.
Il lago erano molto vulcanico: sulle rive bolliva e ci ho fatto il caffè.




Jasalmer

foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
Dopo Jodhpur, andiamo nel deserto, a Jasalmer.
La macchina ha la marmitta che passa…..ovunque, il pianale è buono per cuocerci le salsicce. Il sole è ossidrico.

Jasalmer compare nel deserto, la città gialla (Jaipur è la città rosa, Jodhpur la città blu).
La citta vecchia, la rocca, è bellissima, facciamo romantici e andiamo a stare lì.
Non c’è però l’acqua, lo striminzito canale di scolo sotto le finestre ci spinge a cambiare però dopo una notte non profumatissima.

E’ comunque bellissima.

Il giorno dopo siamo invece nella città (vabbè) bassa.
Fame e sete sono notevoli.
Vediamo la scritta Pizza. Ci escono gli occhi.

Il gestore è orgoglioso. Ordiniamo pizza e un Hamburger.
…………..che ingenui.

LA pizza è un disco di ghiacco dove su ci ha messo dell’origano che gli è arrivato dalla Germania. L’hamburger un pezzo di cadavere di pollo morto nel cretaceo.
Avrei mangiato anche del legno, o del sughero ma quello no, è troppo.
Siamo tristissimi. Niente, non mangiamo niente.
Una bibita, la perenne Limca, ci salva almeno dalla sete.

Partiamo per il deserto del Thar, oasi di Sam.
Prendiamo da li i cammelli. Noi al trotto, Maria, entusiasta , al galoppo: si abraderà completamente e starà in ginocchio, senza potersi sedere, per giorni……io bevo del latte di una capra dei gitani rahajasthani, che vivono nelle capanne…..un bel rischio, ma la TBC mi evita….




Pushkar

foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
Siamo a Puskar, seconda città santa dell’India, dopo Varanasi.
Bellissima. Affacciata su un lago, sacro anch’esso, immagino.

Andiamo a pranzo in un localino molto carino: vegetariano come tutti.
Una lunga fila di bellissimi recipienti in argento, con sotto una fiammella per tener caldo,compongono il ricco buffet.
Tante cose buonissime, saporitissime: panir tikka, chapati, nan, dal, dosa, curry vari…

Dopo un pò comincia a piovere.
Alle gocce manca il manico, per il resto sono secchi.

Dopo un pò si allaga tutto. Alziamo le gambe, poi saliamo sulle sedie, poi sul tavolo, anche li l’acqua alla fine ci arriva alle caviglie……
Ridiamo. Che dobbiamo fare ?

Il mio amico Claudio, mi confessa: “A francè, mo te lo devo dì, quando mi raccontavi dell’India, a volte ho pensato che me stavi a raccontà un pò de cazzate, invece……, quello che me dicevi, era niente……”.

Dopo un pò l’acqua defluisce un pò, scendiamo dal tavolo, camminiamo nel fango.

C’è un tramonto bellissimo sul lago sacro.

E noi lo ammiriamo attoniti.

Una meraviglia.




Agra Benares

foto di Francesco Neri.
Un’altra volta molti anni dopo, nel 1994, siamo ad Agra.
Abbiamo rivisto il Taj Mahal, ecc.ecc.
Vogliamo andare a Benares..
Saliamo su una carrozza al binario indicatoci.
Una grandissimma caccola con le ruote.
Zozza, ma zozza come una cosa può essere in India. I mie amici ai quali avevo raccontato dell’India, inorriditi, stanno rigidi.
Io mi sbrago. Tanto dopo un pò – ci aspettano 22 ore di viaggio – lo fai comunque….
Claudio, il mio amico:”ma…siamo sicuri che va a Benares ?
Eh. Oh. Binario sette diceva. Questo è il sette”
“Uuuummm”.
“Schius mi” rivolgendosi a un indiano – tis trein, tis trein, go to varanasi ?

“NNNOOOO. BOMBE’ ”

Cazzo. Ci catapultiamo giù, che già il treno si muoveva.
Sarebbe andato per 44 ore nella direzione opposta !

Dopo 26 (!) oire arriviamo a Benares, tramortiti.

Ci accoglie una stazione, che ….. vabbè, se non ci siete stati è inutile.
Non si capisce niente.

A un certo punto Claudio, che è alto 1,91 vede in lontananza “information” e si catapulta facendosi largo tra la folla forte della sua stazza.
Torna dopo 3 o 4 minuti piegato in due. Non riesce a parlare.
Ha le lacrime, capisco dopo un pò che sta ridendo, ma è soffocato dal riso, mi indica solo di seguirlo….

Vado.

In una gabbia di ferro ritorto, color nimio, una finestrella, con sopra la scritta “information” in cui è riquadrata perfettamente, e ci guarda indagatoria una……mucca.

Benares.




Angeli

foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
Angeli. Una storia che mi è successa.

Siamo a Srinagar, capitale del Kashmir. 1985.
Abbiamo attraversato l’himalaya a piedi. C’erano dei pony ma servivano per i bagagli, e se qualcuno non ce la faceva più.
Come fu, infatti. Abbiamo preso un terremoto fortissimo per noi. Io ero in fila alla posta di srinagar, Silvia era sulla House boat, il nagin lake bolliva.
I kashmiri non han fatto una piega. Sotto i sei richter non si scompongono.
Dopo quindidci giorni a riposarci nel bellissimo appartamento galleggiante partiamo per il Ladack, il Tibet indiano.
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Il tragitto Delhi – Srinagar, un mese prima, si è rivelato un incubo perchè abbiamo preso un bus Luxury, che è un catorcio ma ha lo stereo.
Noi lo prendemmo per evitare di essere 4 in ogni sedile. Sottovalutammo però il fatto che stereo vuol dire un altoparlante a 15 cm dal cranio a manetta, distortissimo, con musica indiana, tutta la notte: il viaggio durò 36 ore. Avevamo i timpani nel duodeno.

Allora scegliamo per srinagar un bus economy, e che sarà mai….. tutto fuorchè lo stereo….

Arriviamo al bus che è pieno. I nostri posti ? chiediamo. “Here, here ……”
Ci viene indicato lo spazio piccolo tra l’utlima fila di sedili e il vetro posteriore. Non più di 30 centimetri. Il viaggio attraversa l’himalaya, rasenta Pakistan e Cina e arriva nell’altipiano Tibetano.
Si valica a 4.100 slm. e dura due giorni, si pernotta a Kargill.
Provo a entrare, di sbieco, quasi trasversale al senso di marcia, forse, ci si può stare… certo due giorni, è impensabile. Poi arrivano altre sette indiani che staranno lì anche loro.
Quindi ognuno di noi ha 30x30cm, circa. Cioè il sedile davanti a noi lo sorreggiamo noi con le ginocchia. Silvia piange.
L’autobus parte. La strada è assurda. Di una pericolosità inaudita. Ora quella strada è famosa perchè hanno fatto dei video sulla strada più pericolosa del mondo, in TV.Un paio di mesi prima un autobus è andato di sotto: hanno calcolato 55 persone: 55 morti. Punto.
I panorami sono mozzafiato. Il sedile pure.

Il bello è che in India quando pensi che peggio non possa andare,sei lontano , lontano….

Il bus, nei pochi tratti in cui raggiunge i trenta all’ora, sobbalza in maniera che non è descrivibile. Noi nell’utlima fila ci stacchiamo ogni volta dal sedile, voliamo verso l’alto, a volte sbattiamo sul soffitto del bus,e ripiombiamo giù, prendendo un colpo formidabile nei reni, dalla palanca che ci fa da poggiaschiena. Dopo cinquecento colpi il dolore è insopportabile. Sto in piedi qualche ora, compenso con le gambe e distendendo le braccia respingo il soffitto. Due giorni così. L’arrivo a Leh è comunque emozionante. E’ bellissima. Solare. Arida. Non c’entra niente con India e Kashmir che abbiamo visto.
Tibetani. Buddisti. Occhi a mandorla.
Costumi che sembrano degli indios che ho visto in Sud america.

Siamo non stanchi: siamo trinciati.

La Lonely Planet ci consiglia la “Old Ladack Guest House”, camminiamo, poi chiediamo, a un signore alto, abiti dimessi ma distinto.
Ci accompagna. a piedi, lentamente, Leh è a 3500 metri slm. non ci si può affrettare, il fiato sparisce in 3 passi.
La old ladack è chiusa o piena, non ricordo.
Chiediamo dove potremmo andare. .A quel punto siamo quattro, abbiamo fatto amicizia con una coppia di ragazzi olandesi, splendidi compagni di sventura sul bus. Rimarremo amici per anni.
“Anch’io ho una guest house, se volete onorarmi” (ma non ce l’aveva detto, noi avevamo chiesto altro).
La signorilità dei Tibetani è imbarazzante !
Ci accompagna nella sua umile ma dignitosissima dimora.
E’ un super signore, gentilissimo.

Ci invita, se vogliamo, a cena, inchina il viso scusandosi che però non può offrircela, ma sarebbe a pagamento: cena completa tibetana, se ben ricordo 1000 lire per uno.
Specie di ravioli, burro di yack emulsionato nel the in un lungo mortaio di legno, ecc
Nella più bella cucina che io abbia mai visto.
La moglie ha i modi di una regina.
Sono commosso, a un dito dal cielo.

Sono angeli.

Abbiamo attraversato l’inferno, ma siamo in paradiso.




Syntagma 2

Segue da: “Notte a syntagma”. (non ve la perdete, leggete tutto, merita, ed è tutto vero)
– La festa non è finita. Noi quasi.
Dopo aver ballato, cantato e gioito per una festa popolare che vede vecchi, giovani, donne, madri, barbuti, giovinastri, tatuati, elegantini, tipologie disparate,punk, similborghesi, cantare ,ballare, tutti fratelli e contenti, ci abbiocchiamo. Non ce la facciamo più.
Alcuni di noi si rifugiano per la sesta volta al bar di syntagma, a bere l’ennesima birra, altri, molti eletti si sbragano sul prato: quando parte l’irrigazione in automatico e finiscono tutti fradici è da morir dal ridere.
Noi al bar che sta chiudendo parliamo di politica e di cosa sarà con un giornalista di Copenhagen e con attivisti di Imola e Bologna. Poi acconpagnamo (sono le 3,30) una attivista che è venuta in carrozzina prima al bagno, poi in albergo. Vive in Italia ma è di origine Greca, ci traduce i notiziari che scorrono. Non abbiamo idea di cosa voglia dire una carrozzina: non vai da nessuna parte !
Il mondo è uno scalino.
Ce ne sono ovunque. ci mettiamo un’ora per fare pipì; nessun albergo , anche 5 stelle è attrezzato. L’ultimo è quello buono. Poi andiamo in albergo.
Un mazzo così. la carrozzella non passa, bisogna smontarla per l’ascensore, poi rimontarla sul pianerottolo, e in camera è un incubo: non ci avrei mai creduto se me l’avessero raccontato. La domanda è : ma come si fa ad avere una forza così, a raggiungere la storia dove si svolge, ma senza gambe, senza autonomia, da soli: mistero dell’umana energia. Ci mettiamo una vita. Ogni particolare va preparato, programmato, se no sarà un ostacolo insormontabile: Memorizzo: è assolutamente necessario che una volta al mese ognuno passi mezza giornata con un disabile in carrozzina: vedrà il mondo in maniera diversissima da allora in poi.
ASSOLUTAMENTE.
La giornata, con Beppe, con la vittoria di OXI, lo scontro con l’ipocrisia nelle sue forme più sorprendenti e meschine, coi fuochi, con la gioia irrefrenabile, con le mille persone incontrate, col primo schiaffo in faccia agli schiavi dell’oligarchia, finisce alle 4,30. Troppa roba per una giornata sola, la stanchezza è possente ma i ricordi non entrano tutti, si spegne il corpo, ma la testa è in fiamme.
Oggi. Rientriamo , in aereo, tutto quieto. La nostra amica è sullo stesso aereo ma riusciamo a non trovarci: pensiamo sia in testa, invece è in coda: niente.
La nostra amica ci scrive: Quella mattina è uscita in carrozzina, passa davanti al ministero delle finanze, si avvicina.
Si ricorda che in quel ministero c’è un bagno stupendo attrezzatissimo perchè è solito andarci Schauble, il demonio in carrozzina. Entra. Trova i sontuosi e supertecnologici bagni. Una meraviglia.
Esce dal bagno..
Vaga per un corridoio. Vede un capannello di persone, chiede agli usceri, – di chi è quell’ufficio ? – “di Varoufakis”. – “ah, posso entrare ?” – “Certo, lui è sempre a disposizione, e quando fa riunioni , sono aperte a tutti” – Aspetta il suo turno, entra, parla con Varoufakis mezz’ora e si fa una foto con lui, gli chiede tutto, lui le spiega tutto. Lui , Varoufakis è commosso e piange.

Questa è la democrazia.
Questo è un uomo eccezionale.
E questa è una donna eccezionale che senza gambe è arrivata dove mezzo mondo vorrebbe essere, da sola, in carrozzina.

E’ una favola, ne convengo, ma è tutto vero, ed è successo stamattina.




Syntagma 1

Impossibile riassumere. Dopo una giornata intera nell’atene alternativa, dove sono anche adesso , ci si vede a syntagma . Ci sono tamburrano , figo, di maio, dibba , corrao , frusone, sibilia, di stefano , mirko busto, ecc. Griilo scenderà dopo. Mille troupe da tutto il mondo. Rilascio interviste a giornali portoghesi, italiani, sud coreani e danesi. A nome di chi non si sa. Risultati crescenti. La base è il bar a destra in syntagma spalle al parlamento. Un casino. A un certo punto ci allontaniamo per cercare del cibo veg. In piazza ci son solo 1000 banchetti di souvlaki. Il posto è chiuso e siccome è a kolonaki, ricca, è un mortorio. Di fronte. Birretta al volo ma fremo. Lasciamo frusone, sibilia e mirko e rischizziamo a syntagma. È chiusa al traffico. Ora é piena. Oxi è ufficialmente vincitore. Dalla scaletta vediamo grillo, quasi solo che cammina, ci precipitiamo. Lo incontriamo. Mi presentano, gli stringo la mano, non l’avevo mai incontrato. Cazzeggiamo due minuti poi, di colpo, delle persone, col dito puntato a un cm dal naso co urlano fascisti: cordone al volo, spintoni. Io d’istinto divento freddo. Guardo in basso, cosa hanno, quanto “pesano”, chi sono, se sono pericolosi. Spintoni, a uno prendo un braccio bene, potrei forzare una leva. Sono pochi e leggeri. Non c’è bisogno.corrao e la donna di di stefano fanno da cordone se no qualche colpo serio partiva. Qualche greco ci supplica di non rovinare la festa. Grillo è stato portato via al volo e mi rode tanti. Cazzo. Volevo parlarci, conoscerlo. Vaffanculo a sti 4 pezzi di merda di sel. Alleati di monti che vengono a festeggiare la vittoria contro l’austerità. . Cerco solo di memorizzare qualche faccia. Sono 4 e una donna che continua a urlarci fascisti. Desistiamo dal picchiarli. Anche i greci li guardan male . Finita. Ci vuole un pó ma la festa torna e prevale. Adesso è proprio dirompente. Fantastica. –il tel. È morto. La troika pure, la grecia è vivissima , noi siamo in cielo , balliamo, strilliamo , siamo tantissime migliaia, la notte è lunga…..




Denpasar – Bangkok 1983

Una storia che mi è successa.
Estremo Oriente   Thailandia. Malesia Singapore Indonesia e ritorno. 1983
Ritorno da Denpasar -Bali , fino a bangkok.  E’ lunga. Lunghissima.
All’andata abbiamo fatto Thailandia, Surat Thani, Bandon, Ko Samui, poi giù in Malesia. con uno zainetto piccolissimo. Leggeri.
Kuala Lumpur, poi Singapore, Indonesia, Giakartha, una settimana nella splendida Gioggiakartha.  Poi Bali.   Un mese.
Il ritorno ci vede con una scadenza ferrea: il volo che da Bangkok, via Kuwait, ci porterà a Roma.
Non lo si può perdere.  Siamo finiti.  I soldi lo sono più di noi. I giorni di vacanza pure.
Prendiamo l’aereo che scavalca tutta l’indonesia, fino a Singapore.
Quì avevamo letto di un espresso che in 24 ore ci avrebbe portato a Bangkok. E avremmo avuto ancora un giorno di margine.
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Arrivati a Singapore, scopriamo che quel treno ha cambiato completamente programmazione.
C’è solo il lunedì. Il nostro volo per Roma è domenica.   Siam fottuti. 
C’è un treno, che sembra un tram di inizio secolo, con le panche in legno, che a 20 all’ora, in 55 ore, porta a bangkok.
Ci tocca quello.  Non ci sono santi.
Partiamo.
Davanti a noi c’è un signore, molto delicato, che appartiene a una setta in cui è proibieto tagliarsi le unghie.
Le sue saranno 40 centimetri e non può fare nulla in pratica, solo prestare attenzione a che non si rompano.
A fianco un arrogantissimo personaggio che a gomitate lo costringe infine ad andarsene.
Il viaggio in realtà è bellissimo. E in 55 ore di riflessioni se ne fan tante. Tipo: “non ce apprendimento senza dolore….” et similia.
Dopo due ore mi fa male il sedere, la panca di legno non concede nulla, il pensiero che me ne mancano 53 mi destabilizza.
Ma lo sapete quante cavolo sono 53 ore ?
Sul treno accade di tutto.  Mi ricordo l’ “immigration form”  in malesia:
“Remember: penalty for import, export, detain, bring, carry, sell or acquire drugs it’s DEATH  ! ”  (col punto esclamativo )
Arriva la sera e il corpo mi da dimostrazione del fatto che, quando ce n’è bisogno, ha risorse inaspettate.
Poggio la nuca sulla mia panchetta di legno, lo zaino sotto il bacino, i talloni sulla panchetta di fronte e mi addormento.
Come un baccalà, stecchito, mi sveglio dopo ore. Riposato. 
Assurdo. Ero in bilico, con punti di appoggio minimi e precari.
Sono da un pò di ore sul trenino, mi si avvicina una vecchia, mi squadra, poi mette sotto il mio posto una busta di cipolle.
Oh. Se poi c’è la droga ? io mi sposto.   Dopo un pò entra un doganiere.  Faccia da criminale. Rayban.  Colt 45 canna lunga in fondina, camicia sbottonata con capeza d’oro. Mi squadra pure lui, guarda le cipolle. Se le prende e e ne va.  Vabbè.
Dopo altre 20 ore (forse) nel dormiveglia, Miriam, che è a fianco a me mi sussurra con un senso però di urgenza nella voce: “hai visto quello ?” -”ma chi ?” – “quello che era seduto davanti a noi, si è buttato dal finestrino”.
Sono sveglio e vigile a quel punto.   Dopo un pò, uno seduto non lontano da noi, si getta fuori dal finestrino, ma non proprio, le gambe ci mettono un pò ad uscire.
Risuccede dopo un pò ad un altro e osservando bene tutto il vagone, vediamo gli stessi, dopo tempo, uscire dal bagno. Capiamo che in reatà escono dal finestrino e si issano sul tetto del treno in corsa. 
Vabbè, “corsa” è una parola grossa, diciamo in cammino.
Poco dopo entra un doganiere che sbircia tutti e le due cose sono per forza collegate, penso. 
Cerco di andare al bagno: un bambino sulla porta mi spiega in Thai che c’è un problema…..
Desisto.    Dopo mezz’ora ci riprovo, stesso ragazzino, stessa pippa.  “a regazzi, m’hai rotto”, apro la porta, del bagno ,ma si apre solo dieci centimetri: è stipato di biscotti fino al soffitto.
Ecco il casino di quelli che si buttavano dal finestrino: portavano i biscotti in bagno per contrabbandarli da malesia a thailandia. Se no le guardie se li pappano.  Pensa un pò.
Avrò visto mille altre cose su quel treno, ma mi vengono in mente solo queste.
Una delle riflessioni fatte in treno mi torna in mente, anzi due.
Il dolore è il più grande amico di conoscenza e soluzioni.
Le cose belle davvero si vedono da posti scomodi, in orari scomodi.
Viaggiare, viaggiare davvero intendo, non andare in vacanza, e comodità, non sono compatibili.
La comodità è “esclusiva”, esclude i poveri, gli altri, gli indigeni,la diversità, la gente, la verità.
Esclude conoscenza e incontro.