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Category Archives Viaggi

Syntagma 2

Segue da: “Notte a syntagma”. (non ve la perdete, leggete tutto, merita, ed è tutto vero)
– La festa non è finita. Noi quasi.
Dopo aver ballato, cantato e gioito per una festa popolare che vede vecchi, giovani, donne, madri, barbuti, giovinastri, tatuati, elegantini, tipologie disparate,punk, similborghesi, cantare ,ballare, tutti fratelli e contenti, ci abbiocchiamo. Non ce la facciamo più.
Alcuni di noi si rifugiano per la sesta volta al bar di syntagma, a bere l’ennesima birra, altri, molti eletti si sbragano sul prato: quando parte l’irrigazione in automatico e finiscono tutti fradici è da morir dal ridere.
Noi al bar che sta chiudendo parliamo di politica e di cosa sarà con un giornalista di Copenhagen e con attivisti di Imola e Bologna. Poi acconpagnamo (sono le 3,30) una attivista che è venuta in carrozzina prima al bagno, poi in albergo. Vive in Italia ma è di origine Greca, ci traduce i notiziari che scorrono. Non abbiamo idea di cosa voglia dire una carrozzina: non vai da nessuna parte !
Il mondo è uno scalino.
Ce ne sono ovunque. ci mettiamo un’ora per fare pipì; nessun albergo , anche 5 stelle è attrezzato. L’ultimo è quello buono. Poi andiamo in albergo.
Un mazzo così. la carrozzella non passa, bisogna smontarla per l’ascensore, poi rimontarla sul pianerottolo, e in camera è un incubo: non ci avrei mai creduto se me l’avessero raccontato. La domanda è : ma come si fa ad avere una forza così, a raggiungere la storia dove si svolge, ma senza gambe, senza autonomia, da soli: mistero dell’umana energia. Ci mettiamo una vita. Ogni particolare va preparato, programmato, se no sarà un ostacolo insormontabile: Memorizzo: è assolutamente necessario che una volta al mese ognuno passi mezza giornata con un disabile in carrozzina: vedrà il mondo in maniera diversissima da allora in poi.
ASSOLUTAMENTE.
La giornata, con Beppe, con la vittoria di OXI, lo scontro con l’ipocrisia nelle sue forme più sorprendenti e meschine, coi fuochi, con la gioia irrefrenabile, con le mille persone incontrate, col primo schiaffo in faccia agli schiavi dell’oligarchia, finisce alle 4,30. Troppa roba per una giornata sola, la stanchezza è possente ma i ricordi non entrano tutti, si spegne il corpo, ma la testa è in fiamme.
Oggi. Rientriamo , in aereo, tutto quieto. La nostra amica è sullo stesso aereo ma riusciamo a non trovarci: pensiamo sia in testa, invece è in coda: niente.
La nostra amica ci scrive: Quella mattina è uscita in carrozzina, passa davanti al ministero delle finanze, si avvicina.
Si ricorda che in quel ministero c’è un bagno stupendo attrezzatissimo perchè è solito andarci Schauble, il demonio in carrozzina. Entra. Trova i sontuosi e supertecnologici bagni. Una meraviglia.
Esce dal bagno..
Vaga per un corridoio. Vede un capannello di persone, chiede agli usceri, – di chi è quell’ufficio ? – “di Varoufakis”. – “ah, posso entrare ?” – “Certo, lui è sempre a disposizione, e quando fa riunioni , sono aperte a tutti” – Aspetta il suo turno, entra, parla con Varoufakis mezz’ora e si fa una foto con lui, gli chiede tutto, lui le spiega tutto. Lui , Varoufakis è commosso e piange.

Questa è la democrazia.
Questo è un uomo eccezionale.
E questa è una donna eccezionale che senza gambe è arrivata dove mezzo mondo vorrebbe essere, da sola, in carrozzina.

E’ una favola, ne convengo, ma è tutto vero, ed è successo stamattina.




Syntagma 1

Impossibile riassumere. Dopo una giornata intera nell’atene alternativa, dove sono anche adesso , ci si vede a syntagma . Ci sono tamburrano , figo, di maio, dibba , corrao , frusone, sibilia, di stefano , mirko busto, ecc. Griilo scenderà dopo. Mille troupe da tutto il mondo. Rilascio interviste a giornali portoghesi, italiani, sud coreani e danesi. A nome di chi non si sa. Risultati crescenti. La base è il bar a destra in syntagma spalle al parlamento. Un casino. A un certo punto ci allontaniamo per cercare del cibo veg. In piazza ci son solo 1000 banchetti di souvlaki. Il posto è chiuso e siccome è a kolonaki, ricca, è un mortorio. Di fronte. Birretta al volo ma fremo. Lasciamo frusone, sibilia e mirko e rischizziamo a syntagma. È chiusa al traffico. Ora é piena. Oxi è ufficialmente vincitore. Dalla scaletta vediamo grillo, quasi solo che cammina, ci precipitiamo. Lo incontriamo. Mi presentano, gli stringo la mano, non l’avevo mai incontrato. Cazzeggiamo due minuti poi, di colpo, delle persone, col dito puntato a un cm dal naso co urlano fascisti: cordone al volo, spintoni. Io d’istinto divento freddo. Guardo in basso, cosa hanno, quanto “pesano”, chi sono, se sono pericolosi. Spintoni, a uno prendo un braccio bene, potrei forzare una leva. Sono pochi e leggeri. Non c’è bisogno.corrao e la donna di di stefano fanno da cordone se no qualche colpo serio partiva. Qualche greco ci supplica di non rovinare la festa. Grillo è stato portato via al volo e mi rode tanti. Cazzo. Volevo parlarci, conoscerlo. Vaffanculo a sti 4 pezzi di merda di sel. Alleati di monti che vengono a festeggiare la vittoria contro l’austerità. . Cerco solo di memorizzare qualche faccia. Sono 4 e una donna che continua a urlarci fascisti. Desistiamo dal picchiarli. Anche i greci li guardan male . Finita. Ci vuole un pó ma la festa torna e prevale. Adesso è proprio dirompente. Fantastica. –il tel. È morto. La troika pure, la grecia è vivissima , noi siamo in cielo , balliamo, strilliamo , siamo tantissime migliaia, la notte è lunga…..




Denpasar – Bangkok 1983

Una storia che mi è successa.
Estremo Oriente   Thailandia. Malesia Singapore Indonesia e ritorno. 1983
Ritorno da Denpasar -Bali , fino a bangkok.  E’ lunga. Lunghissima.
All’andata abbiamo fatto Thailandia, Surat Thani, Bandon, Ko Samui, poi giù in Malesia. con uno zainetto piccolissimo. Leggeri.
Kuala Lumpur, poi Singapore, Indonesia, Giakartha, una settimana nella splendida Gioggiakartha.  Poi Bali.   Un mese.
Il ritorno ci vede con una scadenza ferrea: il volo che da Bangkok, via Kuwait, ci porterà a Roma.
Non lo si può perdere.  Siamo finiti.  I soldi lo sono più di noi. I giorni di vacanza pure.
Prendiamo l’aereo che scavalca tutta l’indonesia, fino a Singapore.
Quì avevamo letto di un espresso che in 24 ore ci avrebbe portato a Bangkok. E avremmo avuto ancora un giorno di margine.
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Arrivati a Singapore, scopriamo che quel treno ha cambiato completamente programmazione.
C’è solo il lunedì. Il nostro volo per Roma è domenica.   Siam fottuti. 
C’è un treno, che sembra un tram di inizio secolo, con le panche in legno, che a 20 all’ora, in 55 ore, porta a bangkok.
Ci tocca quello.  Non ci sono santi.
Partiamo.
Davanti a noi c’è un signore, molto delicato, che appartiene a una setta in cui è proibieto tagliarsi le unghie.
Le sue saranno 40 centimetri e non può fare nulla in pratica, solo prestare attenzione a che non si rompano.
A fianco un arrogantissimo personaggio che a gomitate lo costringe infine ad andarsene.
Il viaggio in realtà è bellissimo. E in 55 ore di riflessioni se ne fan tante. Tipo: “non ce apprendimento senza dolore….” et similia.
Dopo due ore mi fa male il sedere, la panca di legno non concede nulla, il pensiero che me ne mancano 53 mi destabilizza.
Ma lo sapete quante cavolo sono 53 ore ?
Sul treno accade di tutto.  Mi ricordo l’ “immigration form”  in malesia:
“Remember: penalty for import, export, detain, bring, carry, sell or acquire drugs it’s DEATH  ! ”  (col punto esclamativo )
Arriva la sera e il corpo mi da dimostrazione del fatto che, quando ce n’è bisogno, ha risorse inaspettate.
Poggio la nuca sulla mia panchetta di legno, lo zaino sotto il bacino, i talloni sulla panchetta di fronte e mi addormento.
Come un baccalà, stecchito, mi sveglio dopo ore. Riposato. 
Assurdo. Ero in bilico, con punti di appoggio minimi e precari.
Sono da un pò di ore sul trenino, mi si avvicina una vecchia, mi squadra, poi mette sotto il mio posto una busta di cipolle.
Oh. Se poi c’è la droga ? io mi sposto.   Dopo un pò entra un doganiere.  Faccia da criminale. Rayban.  Colt 45 canna lunga in fondina, camicia sbottonata con capeza d’oro. Mi squadra pure lui, guarda le cipolle. Se le prende e e ne va.  Vabbè.
Dopo altre 20 ore (forse) nel dormiveglia, Miriam, che è a fianco a me mi sussurra con un senso però di urgenza nella voce: “hai visto quello ?” -”ma chi ?” – “quello che era seduto davanti a noi, si è buttato dal finestrino”.
Sono sveglio e vigile a quel punto.   Dopo un pò, uno seduto non lontano da noi, si getta fuori dal finestrino, ma non proprio, le gambe ci mettono un pò ad uscire.
Risuccede dopo un pò ad un altro e osservando bene tutto il vagone, vediamo gli stessi, dopo tempo, uscire dal bagno. Capiamo che in reatà escono dal finestrino e si issano sul tetto del treno in corsa. 
Vabbè, “corsa” è una parola grossa, diciamo in cammino.
Poco dopo entra un doganiere che sbircia tutti e le due cose sono per forza collegate, penso. 
Cerco di andare al bagno: un bambino sulla porta mi spiega in Thai che c’è un problema…..
Desisto.    Dopo mezz’ora ci riprovo, stesso ragazzino, stessa pippa.  “a regazzi, m’hai rotto”, apro la porta, del bagno ,ma si apre solo dieci centimetri: è stipato di biscotti fino al soffitto.
Ecco il casino di quelli che si buttavano dal finestrino: portavano i biscotti in bagno per contrabbandarli da malesia a thailandia. Se no le guardie se li pappano.  Pensa un pò.
Avrò visto mille altre cose su quel treno, ma mi vengono in mente solo queste.
Una delle riflessioni fatte in treno mi torna in mente, anzi due.
Il dolore è il più grande amico di conoscenza e soluzioni.
Le cose belle davvero si vedono da posti scomodi, in orari scomodi.
Viaggiare, viaggiare davvero intendo, non andare in vacanza, e comodità, non sono compatibili.
La comodità è “esclusiva”, esclude i poveri, gli altri, gli indigeni,la diversità, la gente, la verità.
Esclude conoscenza e incontro.



Srinagar – Leh

Una storia che mi è successa.

Siamo a Srinagar, capitale del Kashmir. 1985.
Abbiamo attraversato l’himalaya a piedi. C’erano dei pony ma servivano per i bagagli, e se qualcuno non ce la faceva più.
Come fu, infatti. Abbiamo preso un terremoto fortissimo per noi. Io ero in fila alla posta di srinagar, Silvia era sulla House boat, il nagin lake bolliva.
I kashmiri non han fatto una piega. Sotto i sei richter non si scompongono.
Dopo quindidci giorni a riposarci nel bellissimo appartamento galleggiante partiamo per il Ladack, il Tibet indiano.
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Il tragitto Delhi – Srinagar, un mese prima, si è rivelato un incubo perchè abbiamo preso un bus Luxury, che è un catorcio ma ha lo stereo.
Noi lo prendemmo per evitare di essere 4 in ogni sedile. Sottovalutammo però il fatto che stereo vuol dire un altoparlante a 15 cm dal cranio a manetta, distortissimo, con musica indiana, tutta la notte: il viaggio durò 36 ore. Avevamo i timpani nel duodeno.

Allora scegliamo per srinagar un bus economy, e che sarà mai….. tutto fuorchè lo stereo….

Arriviamo al bus che è pieno. I nostri posti ? chiediamo. “Here, here ……”
Ci viene indicato lo spazio piccolo tra l’utlima fila di sedili e il vetro posteriore. Non più di 30 centimetri. Il viaggio attraversa l’himalaya, rasenta Pakistan e Cina e arriva nell’altipiano Tibetano.
Si valica a 5.500 mt. e dura due giorni, si pernotta a Kargill.
Provo a entrare, di sbieco, quasi trasversale al senso di marcia, forse, ci si può stare… certo due giorni, è impensabile. Poi arrivano altre sette indiani che staranno lì anche loro.
Quindi ognuno di noi ha 30x30cm, circa. Cioè il sedile davanti a noi lo sorreggiamo noi con le ginocchia. Silvia piange.
L’autobus parte. La strada è assurda. Di una pericolosità inaudita. Ora quella strada è famosa perchè hanno fatto dei video sulla strada più pericolosa del mondo, in TV.
I panorami sono mozzafiato. Il sedile pure.

Il bello è che in India quando pensi che peggio non possa andare,sei lontano , lontano….

Il bus, nei pochi tratti in cui raggiunge i trenta all’ora, sobbalza in maniera che non è descrivibile. Noi nell’utlima fila ci stacchiamo ogni volta dal sedile, voliamo verso l’alto, a volte sbattiamo sul soffitto del bus,e ripiombiamo giù, prendendo un colpo formidabile nei reni, dalla palanca che ci fa da poggiaschiena. Dopo cinquecento colpi il dolore è insopportabile. Sto in piedi qualche ora, compenso con le gambe e distendendo le braccia respingo il soffitto. Due giorni così. L’arrivo a Leh è comunque emozionante. E’ bellissima. Solare. Arida. Non c’entra niente con India e Kashmir che abbiamo visto.
Tibetani. Buddisti. Occhi a mandorla.
Costumi che sembrano degli indios che ho visto in Sud america.

Siamo non stanchi: trinciati

La Lonely Planet ci consiglia la “Old Ladack Guest House”, camminiamo, poi chiediamo, a un signore alto, abiti dimessi ma distinto.
Ci accompagna. a piedi, lentamente, Leh è a 3500 metri slm. non ci si può affrettare, il fiato sparisce in 3 passi.
La old ladack è chiusa o piena, non ricordo.
Chiediamo dove potremmo andare. .A quel punto siamo quattro, abbiamo fatto amicizia con una coppia di ragazzi olandesi, splendidi compagni di sventura sul bus. Rimarremo amici per anni.
“Anch’io ho una guest house, se volete onorarmi” (ma non ce l’aveva detto, noi avevamo chiesto altro).
La signorilità dei Tibetani è imbarazzante !
Ci accompagna nella sua umile ma dignitosissima dimora.
E’ un super signore, gentilissimo.

Ci invita, se vogliamo, a cena, a pagamento: cena completa tibetana, se ben ricordo 1000 lire per uno.
Specie di ravioli, burro di yack emulsionato nel the in un lungo mortaio di legno, ecc
Nella più bella cucina che io abbia mai visto.
La moglie ha i modi di una regina.
Sono commosso, a un dito dal cielo.
Abbiamo attraversato l’inferno, ma siamo in paradiso.
Questi sono angeli…..img144 img142 img127 img129 img128




Belem

Una storia.
Una cosa che mi è successa.
Molti anni fa, ero a Belem. Era il mio primo viaggio in Brasile.
Ero stato due settimane o tre, a Rio De Janeiro.
Bellissime settimane nella città più bella del mondo.
Insomma ero a Belem, città portuale alla foce del Rio delle amazzoni. Decandente, piovosa, umida,calda, sensuale, un pò zozza.
La guida diceva: non vi perdete il mercato “ver o peso”.
Bene. Stavo lì. Seduto a un bar.
In questo mercato brulicante di vita, di pesce, di granchi, di umanità varia, nera, meticcia, cabocla, india.
Ero alla terza Caipirinha. Si avvicina una ragazza nera, incinta, vendeva bellissime statuine di carta pressata, o cuoio, di Bruje, fattucchiere, con occhi fiammeggianti, come di rubino, fatte benissimo. Parlavamo, poi imbarazzato di parlar da seduto con una donna incinta in piedi , le dico di sedersi. Compro due pupazzette, molto reali, inquietanti, pensando di portarle alla mia amica Mônica Silva , streghetta, a Rio, che avrebbe apprezzato.
Parliamo un pò. Le offro qualcosa da bere, nicchia, ha fame in realtà.
Azz. Ordino quel che c’è. Poco. Un paio di panini, credo.
Le mie caipirinhe diventano cinque.
Mi racconta. Vive in una baracca di cartone, nella periferia degradata di Belem. Vedo il centro, e se tanto mi da tanto…..
Incinta.
Piove tutti i giorni, non mangia, sotto un cartone, ma come cazzo si fa ?
Insomma, vado poi a letto un pò preoccupato.
Che umanità, quanta povertà. E quel bambino ?
Ha ben poche possibilità di cavarsela. Mah….
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Anni dopo, sono a Salvador De Bahia. Pelourinho, gironzolo per la zona vecchia, vicino alla casa di Jorge Amado, quella azzurra.
La incontro.
E’ radiosa. Bella, fresca, felice, in forma.
E ha in braccio un bambino bellissimo.
Con due occhietti azzurri. Bellissimo.
Vive in Paraguay, col suo ragazzo, originario della Calabria.
E viene a vendere le sue meravigliose statuette in Brasile.
Sono felice, commosso, e dentro di me ringrazio Dio in cui credo a volte.

Ha salvato quella ragazza, il suo bellissimo bambino, e me l’ha fatta anche reincontrare, in un paese grande 10 volte l’Europa, a duemila chilometri da dove l’avevo incontrata. Lei di passaggio, io pure.

In quel momento ho ringraziato Dio per aver voluto esaudire una preghiera seppur flebile e per nulla convinta, da me inviatagli anni prima da una stanzetta d’albergo a Belem, citta un pò triste. Fuori pioveva ed ero da solo, e pensavo a quella ragazza, col pancione, sotto i cartoni.bagnati. Chissà dove.

E rieccola lì.

Incredibile.