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Amazonas

foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
Una storia che mi è successa – AmazzoniaSiamo scesi dalle Ande, ci siamo infilati nella giungla amazzonica, e siamo arrivati con bus, camion e jeeppette varie fin dove finiscono le strade. Mesahuallì.
Siamo sul rio Tiputinì. affluente del rio Negro.
Stiamo qualche giorno in una capanna, divertente; spartana è termine spesso abusato.
Quì no.
Però si sta bene. l’Atmosfera è eccezionalmente amichevole, gli indio sono angioletti, e la sera si suona la chitarra e si canta. Cioè, io lo faccio una volta sola, poi sento come cantan loro e smetto: un pathos e una dinamica vocale inarrivabili.
Organizziamo infine con altri viaggiatori arrivati alla fine delle strade, un attraversamento della giungla in canoa, poi a piedi, poi zattera. Siamo due italiani, due tedeschi, due olandesi, un francese, una guida, due portatori, un pò di cibo. Ognuno il suo zaino, grossetto.
Si prevede di metterci una decina di giorni.
Partiamo. Due ore di canoa a motore, e veniamo lasciati ben lontani. Proseguiamo a piedi…ci becca subito un acquazzone a secchiate. Il fiume che stiamo bordeggiando ingrossa un pò, siamo nel fango fino al ginocchio, la guida , Sombra, si guarda attorno spaesato: si è perso.

Mi metto a ridere. Giungla, piove, il fiume si ingrossa siam partiti da neanche tre ore e la guida non sa dove andare: annamo bene !!

Poi, si raccapezza, e dopo due o tre ore di cammino arriviamo alla nostra prima metà.
Sombra si premura subito di ragguagliarci sulle ragnatele che sono ovunque: tana di tarantole.
Le narrazioni serali tra di noi “viaggiatori” sono molto evolute, io pensavo di essere un viaggiatore, poi sento Jean Marie, di Parigi, che è in giro da tre anni, viene dall’antartide via chile, paraguay, patagonia dove è arrivato attraversando il pacifico in barca a vela via isole marchese….ecc.ecc. In confronto noi siamo in gita domenicale ….Io sembro un incursore, lui invece è in amazzonia in infradito, una flemma da lord inglese, coltissimo, ex pilota di caccia, è in pensione anticipata per un incidente e gira il mondo, sempre.

Sombra invece ci elenca le maniere in cui l’Anaconda uccide le sue vittime: l’ipnosi degli occhi di fuoco, l’alito narcotico, le spire possenti: secondo me ci gode….
La prima notte passa tranquilla. In realtà come anche quelle che seguiranno…non così i giorni.
Due o tre giorni di marcia e bellissime notti in riva al fiume, sotto architetture semplicissime ma funzionali, in pratica steli di palma lunghi 5 o 6 metri piantati ad arco nella sabbia in testa e in coda come le centine di una serra, dove c’è fissato un telo di nylon e un nylon per terra: punto. Tra l’arco di nylon anti pioggia e il terreno ci sarà un metro dove guardiamo la luna sul fiume, sentiamo gli uccelli, ci raccontiamo storie di altri viaggi, ci facciamo indovinelli, e dopo 6/10 ore di marcia, ti appisoli volentieri: bellissimo.

Dopo due o tre giorni arriviamo a un fiume grandino. E ci mettiamo a costruire due zattere, tagliando alberi di tre tipi diversi. Balsa grande, balsa piccola e paudiferro. “Balsa” vuol dire zattera ma anche un legno leggerissimo, se asciutto. I due grandi tronchi ai lati, i piccoli come piano, i pioli di paudiferro come cavicchi per una architettura che non avrei mai immaginato: geniale, resistente ed elastica.

Vi farò un disegnetto. A parole è impossibile.

Ci mettiamo una mattinata a fare due zattere, una grande per noi, una piccola con rialzo per gli zaini, con dentro tutto ciò che non si deve bagnare. Tutta la tecnica e la sapienza è degli indio: noi non avremo avuto idea. Siamo morsi da una infinità di pestilenziali, piccoli ma fastidiosissimi insettti: arenillas. Molto molesti, ma sembrano punture piccole.

Partiamo. La guida delle zattere è affidata a delle lunghe pertiche che toccando il fondo del fiume, o le pareti a strabiombo a volte, ci permetteono di indirizzare la zattera. Una bella fatica.

Il flusso è scarso. Ha piovuto poco sulle Ande; quando si allarga diventa bassissimo e la zattera si arena pigramente sulla ghiaia. Dobbiamo scendere e, a piedi nudi sulla ghiaia, sollevarla e cercare di farla camminare: pesa come un furgone. La balsa è leggera quando asciutta, impregnata d’acqua pesa come quast’ultima e la zattera sarà 5 metri per 4. Una bestia.

Il secondo giorno (credo) decidiamo di levare i due tronchi gorssi ai lati, con 40 centimetri di diametro, appesantiscono troppo la balsa. via i tronconi. Poi la notte piove a dirotto e ci ritroviamo con una balsa piccola e leggera su un fiume in piena, che ora invece corre….molto… vabbè.

Ora la zattera va veloce e volte le pertiche non toccano il fondo, e comunque la forza non basta e la zattera va un pò dove vuole, siamo a mollo dalla mattina alla sera e in leggera ipotermìa. Sbatti di qua, sbatti di la, la zattera si sbrindella un pò e ci fermiamo a ritenderla. Un lavoro di squadra: i due pali trasversali sono persorsi da funi che si sono allentate, vanno ritese. Oh, issa, oh issa, si stacca un palo e con una forza indicibile si solleva di colpo colpendo al volto domingo, uno dei due portatori: lo colpisce dal basso, all’arcata sopraccigliare. Vedo distintamente i piedi di Domingo sollevarsi e il poveretto si accascia dopo un volo di qualche metro in un una pozza di sangue; se l’avesse preso sul naso da sotto, l’avrebbe ucciso sul colpo: un colpo formidabile.

Ci penso io !

Io non millanto, non lo faccio mai, ma quella volta l’ho fatto alla grande.

Autonominatomi dottore del gruppo, mi ricordo che per un caso strano della vita ho, nel bagaglio sull’altra zattera, un corposo kit medico con proprio quello che fa al caso. Suture meccaniche in caso di ferite profonde, placche all’interferone per abrasioni. Il kit anti serpenti, bussola, ami e esche, fiammiferi antivento, invece li l’ho con me, nelle tasche laterali dei pantaloni.

Nuoto controcorrente per una mezz’oretta: l’altra zattera era indietro.

Nuotare controccorrente trascinandomi una persona che lascia una scia di sangue, in un fiume Amazzonica dove si presuppone possano esserci piranha e affini, mi da un certo brivido….

Raggiungiamo l’altra zattera. La facciamo accostare.

Prendo lo zaino ed estraggo il necessario: leggo”disinfectant”. Bene. Faccio sdraiare Domingo.
Dalla boccetta esce, sulla ferita, una bolla di shampoo : “cazzo”. Era shampoo disinfettante. Ora la faccia di domingo è un miscuglio di sangue e bolle di sapone.
“Quema ?” ( brucia ? domando) – Si – “Perfetto” – “Tiene che quemar”. Io, con l’aria del dottore che non ha mai fatto altro nella vita che curare feriti sul bordo del fiume.
Non è facile. Ho delle striscette adesive ed elastiche che, poste trasversali a una ferita, la costringono a star chiusa, suturandola, ma…. è tutto bagnato, insaponato, non attaccano per nulla e poi, trasversale, vuol dire sull’occhio: è l’osso dell’arcata ad essere completamente esposto. Lo faccio sciacquare, poi asciugo come posso, con l’avambraccio… ci metto un pò.

Poi riesco a mettere le striscette in obliquo, che chiudano la ferita ma passino ai lati dell’occhio. Alla fine la ferita è chiusa anche se la faccia di Domingo è tumefatta per il gran colpo subito. Mettiamo la zatterina in acqua e raggiungiamo infine l’altra zattera e tutti gli altri, è sera.

Si riparte. La navigazione è divertentissima e un pò avventurosa; anche se siamo sempre a mollo, almeno con piedi e sedere. Spesso siamo costretti a buttarci tutti in acqua quando la zattera va verso le sponde dove alberi sporgenti o rocce ci verrebbero in faccia. Nuotando, la recuperiamo un pò più a valle: divertente davvero.

Forse il giorno seguente ancora, mentre stiamo andando forte, la zattera si accosta molto a delle rocce laterali. con le pertiche si cerca di tener distanza ma ci vuole molta forza e l’appoggio sui trochi bagnati non è saldissimo: domingo, sempre lui, scivola e gli rimane il piede tra la zattera, che ricordo pesa come un’automobile, e si prende una pelata clamorosa.
Si vede chiaramente, completamente a nudo, l’osso a palla del malleolo.
Zac. Cosa ho io nello zaino, se non delle placche, costosissime, sperimentali, a base di interferone, prototipi Johnson& Johnson che poi non verranno mai commercializzati, atte a proteggere abrasioni profonde e ricreare tessuto ?
La piazzo sul malleolo a vista di Domingo, e via così. Dopo qualche giorno a Mesahuallì, sarà grande la sorpresa di tutti nel vedere il tessuto perfettamente ricresciuto sul malleolo di Domingo. Efficacia strepitosa della medicina avanzata.

Dopo l’ultima tappa in zattera, la abbandoniamo e una lunga marcia, questa volta di 12 ore, ci porta a un villaggio, dove Sombra si apparta con la Reina…. e ci riposiamo. Da li passerà una zattera a motore che ci riporterà a Mesahuallì. Siamo esausti ma contenti. E’ stato entusiasmante e il gruppo era eccezionalmente interessante e coeso.

Bello.

Miriam, con me, ha piagnucolato un pò per via di un ginocchio che le faceva male, sopratutto in discesa, ma , tutto sommato si è comportata egregiamente. Molti passaggi erano su un singolo tronco, smussato, fradicio, e con lo zaino che sbilancia un pò. Sotto non c’erano strapiombi, ma tre o quattro metri e poi il fango: ma non c’è cascato nessuno….d’altronde, quando non hai scelta, vai… che altro potresti fare ?

Dopo qualche giorno a Mesahuallì a cincischiare torneremo sulle Ande, poi a Quito, e da li alle Galapagos. Le punture di arenillas non guariscono, si sono ingrandite ,molto e suppurano. Ci metto un paio delle placche magiche ma…niente.

A Puerto Ayora, Santa Cruz, Galapags, vado all’ospedale e una puntura da cavallo, della vecchia intramontabile penicillina, le stronca.

Secche in due giorni e via, in barca, ma quella è un’altra storia….

East Africa Wildlife Society

foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
Una storia che mi è successa.
Nairobi. 1991
Il piano originale era da Nairobi andare in Tanzania, poi giù , fino al Malawi. Mi perdono il libretto sanitario all’ Aeroporto e ora dovrei rifare un paio di vaccinazioni a Nairobi, dove c’è l’Aids al 40%…..mmhhh.
Sono molto dubbioso e così soggiorno nel mio solito ipermalfamato hotel, l’Heron Court di Millimani Road.
Le mie amicizie lì, son davvero pessime……mi diverto.
Contrabbandieri, ex parà, mercenari e corollario….

Per caso conosco lì due ragazze svedesi che sono lì sia per conto del wwf svedese, sia per conto di una fondazione svedese che si chiama “Save the elephant”, ma nello specifico sono in Kenia, una giornalista, l’altra fotografa, per finanziare progetti “To Save the Rhinos”.
Bene.
Decidiamo allora di unire le forze, solo per qualche giorno, così intanto io penso a ‘sta storia dei vaccini che non mi va giù…noleggio io la jeep, so dove, so come, con chi, insomma, l’ho già fatto tre volte. E Partiamo.
Dopo tre o quattro giorni siamo di ritorno ed è stata una cosa eccezionale: in pochi giorni abbiamo intervistato personaggi famosi, tipo Richard Leakey, ricercatori, fotografi professionisti in Kenia da 30 anni: troppo figo.

Decido di stare con loro, e partiamo, stavolta per un mese, viene anche un membro della East African Wildlife society, Geremiah.
Direzione Masai Mara.

Partiamo.

Alla sera facciamo sosta n un posto sulla strada, mangiamo una bistecca di cuoio, e andiamo in due stanze, io e Geremiah, Tina e Eva in un altra.

La notte ho gli incubi.

A un certo punto mi sveglio di soprassalto -o sogno – e vedo in un angolo alto della stanza, come un babbuino, una scimmia, non so. Tiro un’imprecazione….
Geremiah sobbalza, si sveglia.

“What’s going one ?” – ” Nothing , just an heavy dinner, it’s ok ”
– “Akuna matata “.

Ci rimettiamo a dormire.

Dopo un pò, non ho idea di quanto, Geremiah lancia un urlo.

Mi svegli0 di soprassalto.

“Che c’è ? ….. what’s ? ” – Domando.

“mmm, i don’t know…… strange … it’s seems to me to have seen i kind of baboon, in the corner of the ceiling ……”

-” Ma…strano…mi sembra di aver visto, come un babbuino in alto, nell’angolo del soffitto…..”

Cazzo. Io non gli avevo detto nulla !…

La camera è sigillata. Non c’è e non c’era nulla.

……….forse…..

Spiegazioni ?

Non ne ho.

“Your camera, sir”

foto di Francesco Neri.
Una storia che mi è successa.
New Delhi. Agosto 1994.Sono in giro con degli amici nel casino che è Nuova Delhi.Chi non è stato in India non ha viaggiato.

Prendo un taxi. Scendo, stanco, frastornato lascio sul sedile la Nikon con tutti gli obiettivi.
Entro in albergo, vicino a Connaght Place , chiedo il conto, lascio quell’albergo per un albergo in un altra zona della città.
Ci andiamo in Risciò.
Scopro di non avere più la borsa fotografica.
Mi incazzo un pò, ma che devo fare ?

Mi rassegno……
—————————————-—————————————--
Due giorni dopo, all’uscita dell’Hotel mi corre incontro un taxista trafelato con in mano la mia borsa Nikon. Quando mi vede è raggiante, anche se visibilmente provato.
Parlottiamo concitati: “I was looking for you in the last two days” mi confessa.
Due giorni mi ha cercato. New Delhi ha 13 milioni di abitanti e duemila alberghi.

Mi ha trovato, cavolo !

Non so come ringraziarlo. Gli offro una ricompensa.

La sua testa oscilla impazzita, radiosa, in un sontuoso diniego.

“Almeno i due giorni che hai perso a cercarmi ? “.
Le oscillazioni della testa aumentano.
“You happy, me happy” con la mano sul cuore, e quel piccolo grande uomo se ne va.

Tutto quì.

Dublino

foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
Dublino 2006.
La città con la più alta percentuale di scriittori eccelsi, in proporzione alla popolazione, credo.
Samuel Beckett, Oscar Wilde, George Bernard Shaw, James Joice, Jonathan Swift….

Gli irlandesi sono giocherelloni veri.

Prendiamo una casetta nella piazza dove abitava Oscar Wilde, il mito. Ogni volta che chiedi qualcosa, giocano.
Ti prendono un pò in giro; sempre.
Le serata a Temple Bar sono memorabili.
C’è la partita di rugby Galles -Eire- La sera stessa siamo a cena, a vedere danze irlandesi con Gallesi e Irlandesi.
Il giorno dopo andiamo alla Guiness.
Al ritorno sparisce il servizio autobus, ci sono disordini in città: un sacco di vetrine rotte.

Dubliners….

Bogoria

foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
L’Africa e le sue paure….. inverno 86Ci sono stato la prima volta l’estate, ci torno subito appena posso, fine dicembre e gennaio.
Con un amico.
Prendiamo una Toyota Corolla, la suzukina l’estate mi ha sbriciolato le vertebre sulle buche Keniote, tanto, ho visto, se piove ci vogliono i cingoli, il 4×4 serve a poco.,
Via.
Andiamo negli stessi posti dove sono stato in Estate.
Naivasha, lago bello poi su.
Nakuru, una meraviglia, poi avevo letto del lago Bogoria che non ha i 500.000 fenicotteri rosa del Nakuru, ma due milioni: andiamo.
Ci perdiamo. E’ buio.
12 ore di macchina, in strade sconosciute, fino a una selva, poi una lago: sarà il Bogoria, deduco….
Montiamo la tenda. Non trovo i picchetti, li fabbrico.
Facciamo il fuoco, Antonino timorosissimo, in pratica sta dentro il fuoco….
Abbiamo rimediato due cocciolate e le spiacicoliamo sul chapati: meglio di niente.
A qualche centinaia di metri abbiamo notato una paio di land rover camper, un piccolo accampamento, inglesi, credo.Io vado un pò in giro, in mezzo a ficus giganteschi, a raccoglier rametti, finhè, da dietro un albero, un ruggito.
Raggelo e piano piano, camminando all’indietro, senza dar le spalle al buio, torno al fuoco: i rametti sono sufficienti, decido !
Antonino, per darsi coraggio canta Michelle , da cani, con la mia chitarra: viene minacciato seriamente e desiste: non posso concepire di esser arrivato fino a Bogoria per sentire una capra storpiare un capolavoro….e sovrapporsi ai mille suoni di quel bosco nerissimo.

Alla fine ci infiliamo in tenda: io vorrei lasciar aperto, solo la zanzarierina, lui è ferreo: vabbè.

Dopo un pò stiamo per addormentarci, qualche rumore un pò troppo vicino, un rametto, un respiro: siamo vigili, allertati. Arrivano ancora più vicino……sono parecchi…
Poi indietreggiano. Spariscono. Boh.

Stiamo per addormentarci: un macello.
Dall’accampamento degli “inglesi” viene un rumore incredibile.
Urla agghiaccianti, strepiti, fischi, ruggiti, grugniti (oh, ho finito i verbi, di tutto e di più, ) emessi da moltissimi esseri non identificati. Nessun umano, nessuna parola o grida umana: dieci minuti di inferno a un volume incredibile.
Poi il silenzio.

Come stai in tenda, al buio, in un bosco, così ?

Voi non ci crederete, ma a me non me ne fregava nulla: forse sono matto ma credo che l’ottimismo sia barriera invalicabile.
Mi sentivo benvoluto, in armonia.

Riproviamo a dormire…un pò ci vuole però.
Cazzo, stavo per dormire: un rametto, vicino.
Occhi aperti. Un altro rumore, ma di la. Un ansimare, vicino, respiri, presenze, le senti, respiri, tantissimi, tutti attorno, destra, sinistra SOPRA….vicinissimi…
di colpo: l’inferno.

Una tale massa di grida, strepiti, grugniti, latrati, ringhii, sbuffi, urla, fischi, vicini, a mezzo metro da noi ma proprio da ogni direzione, una quantità enorme di…..non so, sta facendo un casino come mai nella vita, in Africa, al buio, che li potrei toccare, appena dietro la sottilissima tenda….

Non si resiste: battiti e adrenalina ci stanno schizzando fuori dal naso: Antonino (è vero, succede) ha proprio i capelli dritti, in verticale. Sotto l’abbronzatura, è bianco.

Decido una sortita: Decido e impongo la decisione ad Antonino, è l’unica.
Prendo la torcia, spalanco la tenda, e esco urlando come un pazzo, vaffanculo, mi sgolo, a manetta, sventolando la torcia.

Un pazzesco rumore di fronde di mille animali che scappano. Faccio il “velo” ad Antonino che raggiunge la Toyota, la apre, si infila.
Io torno indietro, chiudo bene la tenda. Con passo calmo, torno alla Toyota, apro, mi seggo, e, sbattuto lo sportello, ci addormentiano quasi subito.

P.S.
Non abbiamo mai capito se era il lago Bogoria.
Erano un paio di centinaia di Babbuini, grando imitatori di voci animali, molto territoriali e quindi incazzati, quelli erano alberi “loro” e comunque animali molto potenti: un paio di loro attaccano anche un leopardo, o quantomeno possono difendersi molto bene fino ad ucciderlo.
La mattina:
Gli inglesi erano spariti.
Il lago erano molto vulcanico: sulle rive bolliva e ci ho fatto il caffè.

Jasalmer

foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
Dopo Jodhpur, andiamo nel deserto, a Jasalmer.
La macchina ha la marmitta che passa…..ovunque, il pianale è buono per cuocerci le salsicce. Il sole è ossidrico.

Jasalmer compare nel deserto, la città gialla (Jaipur è la città rosa, Jodhpur la città blu).
La citta vecchia, la rocca, è bellissima, facciamo romantici e andiamo a stare lì.
Non c’è però l’acqua, lo striminzito canale di scolo sotto le finestre ci spinge a cambiare però dopo una notte non profumatissima.

E’ comunque bellissima.

Il giorno dopo siamo invece nella città (vabbè) bassa.
Fame e sete sono notevoli.
Vediamo la scritta Pizza. Ci escono gli occhi.

Il gestore è orgoglioso. Ordiniamo pizza e un Hamburger.
…………..che ingenui.

LA pizza è un disco di ghiacco dove su ci ha messo dell’origano che gli è arrivato dalla Germania. L’hamburger un pezzo di cadavere di pollo morto nel cretaceo.
Avrei mangiato anche del legno, o del sughero ma quello no, è troppo.
Siamo tristissimi. Niente, non mangiamo niente.
Una bibita, la perenne Limca, ci salva almeno dalla sete.

Partiamo per il deserto del Thar, oasi di Sam.
Prendiamo da li i cammelli. Noi al trotto, Maria, entusiasta , al galoppo: si abraderà completamente e starà in ginocchio, senza potersi sedere, per giorni……io bevo del latte di una capra dei gitani rahajasthani, che vivono nelle capanne…..un bel rischio, ma la TBC mi evita….

Pushkar

foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
Siamo a Puskar, seconda città santa dell’India, dopo Varanasi.
Bellissima. Affacciata su un lago, sacro anch’esso, immagino.

Andiamo a pranzo in un localino molto carino: vegetariano come tutti.
Una lunga fila di bellissimi recipienti in argento, con sotto una fiammella per tener caldo,compongono il ricco buffet.
Tante cose buonissime, saporitissime: panir tikka, chapati, nan, dal, dosa, curry vari…

Dopo un pò comincia a piovere.
Alle gocce manca il manico, per il resto sono secchi.

Dopo un pò si allaga tutto. Alziamo le gambe, poi saliamo sulle sedie, poi sul tavolo, anche li l’acqua alla fine ci arriva alle caviglie……
Ridiamo. Che dobbiamo fare ?

Il mio amico Claudio, mi confessa: “A francè, mo te lo devo dì, quando mi raccontavi dell’India, a volte ho pensato che me stavi a raccontà un pò de cazzate, invece……, quello che me dicevi, era niente……”.

Dopo un pò l’acqua defluisce un pò, scendiamo dal tavolo, camminiamo nel fango.

C’è un tramonto bellissimo sul lago sacro.

E noi lo ammiriamo attoniti.

Una meraviglia.

Traffico a Benares

foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
Siamo a Benares.
C’è un casino, macchine, jeep, camion, cammelli, somari, mucche, risciò, pedoni, autobus, il tutto gestito…… no.
Non gestito.
Con piccole eccezioni….
A un incrocio vediamo che al centro, su un piedistallo, c’è un poliziotto con un bamboo lungo circa un metro e mezzo.
I risciò, i pedoni, i cammelli, qualunque cosa arrivi all’incrocio, oltre la riga di mezzeria, prende una bastonata forte, secca, si sente lo schiocco, sulla schiena. Un bel colpo.
D’altronde, pensiamo, che multa fai a un guidatore di risciò seminudo senza fissa dimora che vive e dorme sul risciò ?
a una mucca ?
a un cammello ?
Comunque, in quell’incrocio funziona.

In quello dopo no.

Arrivando sempre più oltre la mezzeria, in pratica si è creato un incrocio dove, da tutte e le quattro vie, si arriva e basta, a senso unico: il tappo è totale (penso siano ancora la, dal ’94..)

Siamo imbottigliati.

—- Ma in un incubo.
Chi pensa di aver visto il traffico a Roma, Napoli, Bari o Catania, non sa di cosa parla. La densità in India è il triplo. La distanza tra gli oggetti, siano carri, autobus o cammelli, è nell’ordine dei pochi centimetri, in movimento, millimetri quando si è fermi.

Il nostro risciò, un ape, è stretto tra un autobus, proprio attaccato, non più di due centimetri, e una jeep, mahindra, che ha il tubo di scappamento infilato proprio nel risciò: sono cazzi amari.
E’ un problema serio.
Claudio gesticola convulsamente verso il guidatore della Mahindra, per dirgli di spegnere.
Quello, radioso, giocoso, non capendo, sgasa…..

Il panico.

Avete presente Felix quando gli scoppia la bomba in mano, tutto nero ?

La forza della disperazione, mi inerpico tra autobus e risciò, se ci muovessimo in quel momento sarei stritolato, spingendo con tutta la forza della disperazione, piegando il risciò sui molleggi, strisciando contro l’autobus, esco.
Poi inclino il risciò di lato ancora e faccio uscire gli altri.
Camminiamo sul risciò e guadagnamo il marciapiedi.

Neri. Siamo tutti neri.

Agra Benares

foto di Francesco Neri.
Un’altra volta molti anni dopo, nel 1994, siamo ad Agra.
Abbiamo rivisto il Taj Mahal, ecc.ecc.
Vogliamo andare a Benares..
Saliamo su una carrozza al binario indicatoci.
Una grandissimma caccola con le ruote.
Zozza, ma zozza come una cosa può essere in India. I mie amici ai quali avevo raccontato dell’India, inorriditi, stanno rigidi.
Io mi sbrago. Tanto dopo un pò – ci aspettano 22 ore di viaggio – lo fai comunque….
Claudio, il mio amico:”ma…siamo sicuri che va a Benares ?
Eh. Oh. Binario sette diceva. Questo è il sette”
“Uuuummm”.
“Schius mi” rivolgendosi a un indiano – tis trein, tis trein, go to varanasi ?

“NNNOOOO. BOMBE’ ”

Cazzo. Ci catapultiamo giù, che già il treno si muoveva.
Sarebbe andato per 44 ore nella direzione opposta !

Dopo 26 (!) oire arriviamo a Benares, tramortiti.

Ci accoglie una stazione, che ….. vabbè, se non ci siete stati è inutile.
Non si capisce niente.

A un certo punto Claudio, che è alto 1,91 vede in lontananza “information” e si catapulta facendosi largo tra la folla forte della sua stazza.
Torna dopo 3 o 4 minuti piegato in due. Non riesce a parlare.
Ha le lacrime, capisco dopo un pò che sta ridendo, ma è soffocato dal riso, mi indica solo di seguirlo….

Vado.

In una gabbia di ferro ritorto, color nimio, una finestrella, con sopra la scritta “information” in cui è riquadrata perfettamente, e ci guarda indagatoria una……mucca.

Benares.