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Monthly Archives October 2014

Schizofrenia

Schizofrenia.

Urliamo all’invasione dalla Cina e poi compriamo le cose a tre euro.
“Krukki, kartofeln, 4 a 3, eh,eh” sfoggiando il navigatore 80 pollici dell’Audi usata.
Ci lamentiamo della morte del mondo dell’editoria musicale ma nell’ultimo HD da 3 tera abbiamo scaricato anche i rapper uzbeki.
Disperati per la chiusura di una libreria al giorno clicchiamo “mi piace” su amazon.
Che belli erano i vecchi negozietti di paese, o di quartiere, pensiamo con nostalgia, entrando da Carrefour.

E gli artigiani ? “Ah. Non ci sono più. Non si trovano falegnami, per esempio” , mentre alla cassa cerchiamo la Ikea Card.

Imprechiamo contro il traffico. In auto.

La Tv ? la peste. ci rincoglionisce. Pessima. ” La droga moderna” riflettiamo mentre ci tastiamo un livido sull’avambraccio
frutto dell’ultima colluttazione per il telecomando.

Auspichiamo con veemenza la Rivoluzione. Altrui.




Denpasar – Bangkok 1983

Una storia che mi è successa.
Estremo Oriente   Thailandia. Malesia Singapore Indonesia e ritorno. 1983
Ritorno da Denpasar -Bali , fino a bangkok.  E’ lunga. Lunghissima.
All’andata abbiamo fatto Thailandia, Surat Thani, Bandon, Ko Samui, poi giù in Malesia. con uno zainetto piccolissimo. Leggeri.
Kuala Lumpur, poi Singapore, Indonesia, Giakartha, una settimana nella splendida Gioggiakartha.  Poi Bali.   Un mese.
Il ritorno ci vede con una scadenza ferrea: il volo che da Bangkok, via Kuwait, ci porterà a Roma.
Non lo si può perdere.  Siamo finiti.  I soldi lo sono più di noi. I giorni di vacanza pure.
Prendiamo l’aereo che scavalca tutta l’indonesia, fino a Singapore.
Quì avevamo letto di un espresso che in 24 ore ci avrebbe portato a Bangkok. E avremmo avuto ancora un giorno di margine.
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Arrivati a Singapore, scopriamo che quel treno ha cambiato completamente programmazione.
C’è solo il lunedì. Il nostro volo per Roma è domenica.   Siam fottuti. 
C’è un treno, che sembra un tram di inizio secolo, con le panche in legno, che a 20 all’ora, in 55 ore, porta a bangkok.
Ci tocca quello.  Non ci sono santi.
Partiamo.
Davanti a noi c’è un signore, molto delicato, che appartiene a una setta in cui è proibieto tagliarsi le unghie.
Le sue saranno 40 centimetri e non può fare nulla in pratica, solo prestare attenzione a che non si rompano.
A fianco un arrogantissimo personaggio che a gomitate lo costringe infine ad andarsene.
Il viaggio in realtà è bellissimo. E in 55 ore di riflessioni se ne fan tante. Tipo: “non ce apprendimento senza dolore….” et similia.
Dopo due ore mi fa male il sedere, la panca di legno non concede nulla, il pensiero che me ne mancano 53 mi destabilizza.
Ma lo sapete quante cavolo sono 53 ore ?
Sul treno accade di tutto.  Mi ricordo l’ “immigration form”  in malesia:
“Remember: penalty for import, export, detain, bring, carry, sell or acquire drugs it’s DEATH  ! ”  (col punto esclamativo )
Arriva la sera e il corpo mi da dimostrazione del fatto che, quando ce n’è bisogno, ha risorse inaspettate.
Poggio la nuca sulla mia panchetta di legno, lo zaino sotto il bacino, i talloni sulla panchetta di fronte e mi addormento.
Come un baccalà, stecchito, mi sveglio dopo ore. Riposato. 
Assurdo. Ero in bilico, con punti di appoggio minimi e precari.
Sono da un pò di ore sul trenino, mi si avvicina una vecchia, mi squadra, poi mette sotto il mio posto una busta di cipolle.
Oh. Se poi c’è la droga ? io mi sposto.   Dopo un pò entra un doganiere.  Faccia da criminale. Rayban.  Colt 45 canna lunga in fondina, camicia sbottonata con capeza d’oro. Mi squadra pure lui, guarda le cipolle. Se le prende e e ne va.  Vabbè.
Dopo altre 20 ore (forse) nel dormiveglia, Miriam, che è a fianco a me mi sussurra con un senso però di urgenza nella voce: “hai visto quello ?” -”ma chi ?” – “quello che era seduto davanti a noi, si è buttato dal finestrino”.
Sono sveglio e vigile a quel punto.   Dopo un pò, uno seduto non lontano da noi, si getta fuori dal finestrino, ma non proprio, le gambe ci mettono un pò ad uscire.
Risuccede dopo un pò ad un altro e osservando bene tutto il vagone, vediamo gli stessi, dopo tempo, uscire dal bagno. Capiamo che in reatà escono dal finestrino e si issano sul tetto del treno in corsa. 
Vabbè, “corsa” è una parola grossa, diciamo in cammino.
Poco dopo entra un doganiere che sbircia tutti e le due cose sono per forza collegate, penso. 
Cerco di andare al bagno: un bambino sulla porta mi spiega in Thai che c’è un problema…..
Desisto.    Dopo mezz’ora ci riprovo, stesso ragazzino, stessa pippa.  “a regazzi, m’hai rotto”, apro la porta, del bagno ,ma si apre solo dieci centimetri: è stipato di biscotti fino al soffitto.
Ecco il casino di quelli che si buttavano dal finestrino: portavano i biscotti in bagno per contrabbandarli da malesia a thailandia. Se no le guardie se li pappano.  Pensa un pò.
Avrò visto mille altre cose su quel treno, ma mi vengono in mente solo queste.
Una delle riflessioni fatte in treno mi torna in mente, anzi due.
Il dolore è il più grande amico di conoscenza e soluzioni.
Le cose belle davvero si vedono da posti scomodi, in orari scomodi.
Viaggiare, viaggiare davvero intendo, non andare in vacanza, e comodità, non sono compatibili.
La comodità è “esclusiva”, esclude i poveri, gli altri, gli indigeni,la diversità, la gente, la verità.
Esclude conoscenza e incontro.



Il buon senso

Il buon senso, o “senso comune”.

Il termine “sensus communis” ai tempi di Cicerone voleva dire che tutti i sensi, quali la vista, l’udito, il gusto, l’odorato e il tatto, confluivano l’uno nell’altro in egual misura.
Era la definizione latina dell’uomo in una condizione naturale sana, in cui l’energia psico-fisica era costante e distribuita in maniera equilibrata in tutte le sfere sensoriali.
In tale condizione è molto difficile avere allucinazioni.
In ogni situazione culturale, emergono sempre dei problemi quando un solo senso è sottoposto a un eccesso di energia e riceve più stimoli di tutti gli altri.
Questa è per il moderno uomo occidentale lo stato visivo.

(Marshall MCLuhan – Il villaggio Globale)




Srinagar – Leh

Una storia che mi è successa.

Siamo a Srinagar, capitale del Kashmir. 1985.
Abbiamo attraversato l’himalaya a piedi. C’erano dei pony ma servivano per i bagagli, e se qualcuno non ce la faceva più.
Come fu, infatti. Abbiamo preso un terremoto fortissimo per noi. Io ero in fila alla posta di srinagar, Silvia era sulla House boat, il nagin lake bolliva.
I kashmiri non han fatto una piega. Sotto i sei richter non si scompongono.
Dopo quindidci giorni a riposarci nel bellissimo appartamento galleggiante partiamo per il Ladack, il Tibet indiano.
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Il tragitto Delhi – Srinagar, un mese prima, si è rivelato un incubo perchè abbiamo preso un bus Luxury, che è un catorcio ma ha lo stereo.
Noi lo prendemmo per evitare di essere 4 in ogni sedile. Sottovalutammo però il fatto che stereo vuol dire un altoparlante a 15 cm dal cranio a manetta, distortissimo, con musica indiana, tutta la notte: il viaggio durò 36 ore. Avevamo i timpani nel duodeno.

Allora scegliamo per srinagar un bus economy, e che sarà mai….. tutto fuorchè lo stereo….

Arriviamo al bus che è pieno. I nostri posti ? chiediamo. “Here, here ……”
Ci viene indicato lo spazio piccolo tra l’utlima fila di sedili e il vetro posteriore. Non più di 30 centimetri. Il viaggio attraversa l’himalaya, rasenta Pakistan e Cina e arriva nell’altipiano Tibetano.
Si valica a 5.500 mt. e dura due giorni, si pernotta a Kargill.
Provo a entrare, di sbieco, quasi trasversale al senso di marcia, forse, ci si può stare… certo due giorni, è impensabile. Poi arrivano altre sette indiani che staranno lì anche loro.
Quindi ognuno di noi ha 30x30cm, circa. Cioè il sedile davanti a noi lo sorreggiamo noi con le ginocchia. Silvia piange.
L’autobus parte. La strada è assurda. Di una pericolosità inaudita. Ora quella strada è famosa perchè hanno fatto dei video sulla strada più pericolosa del mondo, in TV.
I panorami sono mozzafiato. Il sedile pure.

Il bello è che in India quando pensi che peggio non possa andare,sei lontano , lontano….

Il bus, nei pochi tratti in cui raggiunge i trenta all’ora, sobbalza in maniera che non è descrivibile. Noi nell’utlima fila ci stacchiamo ogni volta dal sedile, voliamo verso l’alto, a volte sbattiamo sul soffitto del bus,e ripiombiamo giù, prendendo un colpo formidabile nei reni, dalla palanca che ci fa da poggiaschiena. Dopo cinquecento colpi il dolore è insopportabile. Sto in piedi qualche ora, compenso con le gambe e distendendo le braccia respingo il soffitto. Due giorni così. L’arrivo a Leh è comunque emozionante. E’ bellissima. Solare. Arida. Non c’entra niente con India e Kashmir che abbiamo visto.
Tibetani. Buddisti. Occhi a mandorla.
Costumi che sembrano degli indios che ho visto in Sud america.

Siamo non stanchi: trinciati

La Lonely Planet ci consiglia la “Old Ladack Guest House”, camminiamo, poi chiediamo, a un signore alto, abiti dimessi ma distinto.
Ci accompagna. a piedi, lentamente, Leh è a 3500 metri slm. non ci si può affrettare, il fiato sparisce in 3 passi.
La old ladack è chiusa o piena, non ricordo.
Chiediamo dove potremmo andare. .A quel punto siamo quattro, abbiamo fatto amicizia con una coppia di ragazzi olandesi, splendidi compagni di sventura sul bus. Rimarremo amici per anni.
“Anch’io ho una guest house, se volete onorarmi” (ma non ce l’aveva detto, noi avevamo chiesto altro).
La signorilità dei Tibetani è imbarazzante !
Ci accompagna nella sua umile ma dignitosissima dimora.
E’ un super signore, gentilissimo.

Ci invita, se vogliamo, a cena, a pagamento: cena completa tibetana, se ben ricordo 1000 lire per uno.
Specie di ravioli, burro di yack emulsionato nel the in un lungo mortaio di legno, ecc
Nella più bella cucina che io abbia mai visto.
La moglie ha i modi di una regina.
Sono commosso, a un dito dal cielo.
Abbiamo attraversato l’inferno, ma siamo in paradiso.
Questi sono angeli…..img144 img142 img127 img129 img128