Amazonas

foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
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Una storia che mi è successa – Amazzonia

Siamo scesi dalle Ande, ci siamo infilati nella giungla amazzonica, e siamo arrivati con bus, camion e jeeppette varie fin dove finiscono le strade. Mesahuallì.
Siamo sul rio Tiputinì. affluente del rio Negro.
Stiamo qualche giorno in una capanna, divertente; spartana è termine spesso abusato.
Quì no.
Però si sta bene. l’Atmosfera è eccezionalmente amichevole, gli indio sono angioletti, e la sera si suona la chitarra e si canta. Cioè, io lo faccio una volta sola, poi sento come cantan loro e smetto: un pathos e una dinamica vocale inarrivabili.
Organizziamo infine con altri viaggiatori arrivati alla fine delle strade, un attraversamento della giungla in canoa, poi a piedi, poi zattera. Siamo due italiani, due tedeschi, due olandesi, un francese, una guida, due portatori, un pò di cibo. Ognuno il suo zaino, grossetto.
Si prevede di metterci una decina di giorni.
Partiamo. Due ore di canoa a motore, e veniamo lasciati ben lontani. Proseguiamo a piedi…ci becca subito un acquazzone a secchiate. Il fiume che stiamo bordeggiando ingrossa un pò, siamo nel fango fino al ginocchio, la guida , Sombra, si guarda attorno spaesato: si è perso.

Mi metto a ridere. Giungla, piove, il fiume si ingrossa siam partiti da neanche tre ore e la guida non sa dove andare: annamo bene !!

Poi, si raccapezza, e dopo due o tre ore di cammino arriviamo alla nostra prima metà.
Sombra si premura subito di ragguagliarci sulle ragnatele che sono ovunque: tana di tarantole.
Le narrazioni serali tra di noi “viaggiatori” sono molto evolute, io pensavo di essere un viaggiatore, poi sento Jean Marie, di Parigi, che è in giro da tre anni, viene dall’antartide via chile, paraguay, patagonia dove è arrivato attraversando il pacifico in barca a vela via isole marchese….ecc.ecc. In confronto noi siamo in gita domenicale ….Io sembro un incursore, lui invece è in amazzonia in infradito, una flemma da lord inglese, coltissimo, ex pilota di caccia, è in pensione anticipata per un incidente e gira il mondo, sempre.

Sombra invece ci elenca le maniere in cui l’Anaconda uccide le sue vittime: l’ipnosi degli occhi di fuoco, l’alito narcotico, le spire possenti: secondo me ci gode….
La prima notte passa tranquilla. In realtà come anche quelle che seguiranno…non così i giorni.
Due o tre giorni di marcia e bellissime notti in riva al fiume, sotto architetture semplicissime ma funzionali, in pratica steli di palma lunghi 5 o 6 metri piantati ad arco nella sabbia in testa e in coda come le centine di una serra, dove c’è fissato un telo di nylon e un nylon per terra: punto. Tra l’arco di nylon anti pioggia e il terreno ci sarà un metro dove guardiamo la luna sul fiume, sentiamo gli uccelli, ci raccontiamo storie di altri viaggi, ci facciamo indovinelli, e dopo 6/10 ore di marcia, ti appisoli volentieri: bellissimo.

Dopo due o tre giorni arriviamo a un fiume grandino. E ci mettiamo a costruire due zattere, tagliando alberi di tre tipi diversi. Balsa grande, balsa piccola e paudiferro. “Balsa” vuol dire zattera ma anche un legno leggerissimo, se asciutto. I due grandi tronchi ai lati, i piccoli come piano, i pioli di paudiferro come cavicchi per una architettura che non avrei mai immaginato: geniale, resistente ed elastica.

Vi farò un disegnetto. A parole è impossibile.

Ci mettiamo una mattinata a fare due zattere, una grande per noi, una piccola con rialzo per gli zaini, con dentro tutto ciò che non si deve bagnare. Tutta la tecnica e la sapienza è degli indio: noi non avremo avuto idea. Siamo morsi da una infinità di pestilenziali, piccoli ma fastidiosissimi insettti: arenillas. Molto molesti, ma sembrano punture piccole.

Partiamo. La guida delle zattere è affidata a delle lunghe pertiche che toccando il fondo del fiume, o le pareti a strabiombo a volte, ci permetteono di indirizzare la zattera. Una bella fatica.

Il flusso è scarso. Ha piovuto poco sulle Ande; quando si allarga diventa bassissimo e la zattera si arena pigramente sulla ghiaia. Dobbiamo scendere e, a piedi nudi sulla ghiaia, sollevarla e cercare di farla camminare: pesa come un furgone. La balsa è leggera quando asciutta, impregnata d’acqua pesa come quast’ultima e la zattera sarà 5 metri per 4. Una bestia.

Il secondo giorno (credo) decidiamo di levare i due tronchi gorssi ai lati, con 40 centimetri di diametro, appesantiscono troppo la balsa. via i tronconi. Poi la notte piove a dirotto e ci ritroviamo con una balsa piccola e leggera su un fiume in piena, che ora invece corre….molto… vabbè.

Ora la zattera va veloce e volte le pertiche non toccano il fondo, e comunque la forza non basta e la zattera va un pò dove vuole, siamo a mollo dalla mattina alla sera e in leggera ipotermìa. Sbatti di qua, sbatti di la, la zattera si sbrindella un pò e ci fermiamo a ritenderla. Un lavoro di squadra: i due pali trasversali sono persorsi da funi che si sono allentate, vanno ritese. Oh, issa, oh issa, si stacca un palo e con una forza indicibile si solleva di colpo colpendo al volto domingo, uno dei due portatori: lo colpisce dal basso, all’arcata sopraccigliare. Vedo distintamente i piedi di Domingo sollevarsi e il poveretto si accascia dopo un volo di qualche metro in un una pozza di sangue; se l’avesse preso sul naso da sotto, l’avrebbe ucciso sul colpo: un colpo formidabile.

Ci penso io !

Io non millanto, non lo faccio mai, ma quella volta l’ho fatto alla grande.

Autonominatomi dottore del gruppo, mi ricordo che per un caso strano della vita ho, nel bagaglio sull’altra zattera, un corposo kit medico con proprio quello che fa al caso. Suture meccaniche in caso di ferite profonde, placche all’interferone per abrasioni. Il kit anti serpenti, bussola, ami e esche, fiammiferi antivento, invece li l’ho con me, nelle tasche laterali dei pantaloni.

Nuoto controcorrente per una mezz’oretta: l’altra zattera era indietro.

Nuotare controccorrente trascinandomi una persona che lascia una scia di sangue, in un fiume Amazzonica dove si presuppone possano esserci piranha e affini, mi da un certo brivido….

Raggiungiamo l’altra zattera. La facciamo accostare.

Prendo lo zaino ed estraggo il necessario: leggo”disinfectant”. Bene. Faccio sdraiare Domingo.
Dalla boccetta esce, sulla ferita, una bolla di shampoo : “cazzo”. Era shampoo disinfettante. Ora la faccia di domingo è un miscuglio di sangue e bolle di sapone.
“Quema ?” ( brucia ? domando) – Si – “Perfetto” – “Tiene che quemar”. Io, con l’aria del dottore che non ha mai fatto altro nella vita che curare feriti sul bordo del fiume.
Non è facile. Ho delle striscette adesive ed elastiche che, poste trasversali a una ferita, la costringono a star chiusa, suturandola, ma…. è tutto bagnato, insaponato, non attaccano per nulla e poi, trasversale, vuol dire sull’occhio: è l’osso dell’arcata ad essere completamente esposto. Lo faccio sciacquare, poi asciugo come posso, con l’avambraccio… ci metto un pò.

Poi riesco a mettere le striscette in obliquo, che chiudano la ferita ma passino ai lati dell’occhio. Alla fine la ferita è chiusa anche se la faccia di Domingo è tumefatta per il gran colpo subito. Mettiamo la zatterina in acqua e raggiungiamo infine l’altra zattera e tutti gli altri, è sera.

Si riparte. La navigazione è divertentissima e un pò avventurosa; anche se siamo sempre a mollo, almeno con piedi e sedere. Spesso siamo costretti a buttarci tutti in acqua quando la zattera va verso le sponde dove alberi sporgenti o rocce ci verrebbero in faccia. Nuotando, la recuperiamo un pò più a valle: divertente davvero.

Forse il giorno seguente ancora, mentre stiamo andando forte, la zattera si accosta molto a delle rocce laterali. con le pertiche si cerca di tener distanza ma ci vuole molta forza e l’appoggio sui trochi bagnati non è saldissimo: domingo, sempre lui, scivola e gli rimane il piede tra la zattera, che ricordo pesa come un’automobile, e si prende una pelata clamorosa.
Si vede chiaramente, completamente a nudo, l’osso a palla del malleolo.
Zac. Cosa ho io nello zaino, se non delle placche, costosissime, sperimentali, a base di interferone, prototipi Johnson& Johnson che poi non verranno mai commercializzati, atte a proteggere abrasioni profonde e ricreare tessuto ?
La piazzo sul malleolo a vista di Domingo, e via così. Dopo qualche giorno a Mesahuallì, sarà grande la sorpresa di tutti nel vedere il tessuto perfettamente ricresciuto sul malleolo di Domingo. Efficacia strepitosa della medicina avanzata.

Dopo l’ultima tappa in zattera, la abbandoniamo e una lunga marcia, questa volta di 12 ore, ci porta a un villaggio, dove Sombra si apparta con la Reina…. e ci riposiamo. Da li passerà una zattera a motore che ci riporterà a Mesahuallì. Siamo esausti ma contenti. E’ stato entusiasmante e il gruppo era eccezionalmente interessante e coeso.

Bello.

Miriam, con me, ha piagnucolato un pò per via di un ginocchio che le faceva male, sopratutto in discesa, ma , tutto sommato si è comportata egregiamente. Molti passaggi erano su un singolo tronco, smussato, fradicio, e con lo zaino che sbilancia un pò. Sotto non c’erano strapiombi, ma tre o quattro metri e poi il fango: ma non c’è cascato nessuno….d’altronde, quando non hai scelta, vai… che altro potresti fare ?

Dopo qualche giorno a Mesahuallì a cincischiare torneremo sulle Ande, poi a Quito, e da li alle Galapagos. Le punture di arenillas non guariscono, si sono ingrandite ,molto e suppurano. Ci metto un paio delle placche magiche ma…niente.

A Puerto Ayora, Santa Cruz, Galapags, vado all’ospedale e una puntura da cavallo, della vecchia intramontabile penicillina, le stronca.

Secche in due giorni e via, in barca, ma quella è un’altra storia….





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