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Bogoria

foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
L’Africa e le sue paure….. inverno 86Ci sono stato la prima volta l’estate, ci torno subito appena posso, fine dicembre e gennaio.
Con un amico.
Prendiamo una Toyota Corolla, la suzukina l’estate mi ha sbriciolato le vertebre sulle buche Keniote, tanto, ho visto, se piove ci vogliono i cingoli, il 4×4 serve a poco.,
Via.
Andiamo negli stessi posti dove sono stato in Estate.
Naivasha, lago bello poi su.
Nakuru, una meraviglia, poi avevo letto del lago Bogoria che non ha i 500.000 fenicotteri rosa del Nakuru, ma due milioni: andiamo.
Ci perdiamo. E’ buio.
12 ore di macchina, in strade sconosciute, fino a una selva, poi una lago: sarà il Bogoria, deduco….
Montiamo la tenda. Non trovo i picchetti, li fabbrico.
Facciamo il fuoco, Antonino timorosissimo, in pratica sta dentro il fuoco….
Abbiamo rimediato due cocciolate e le spiacicoliamo sul chapati: meglio di niente.
A qualche centinaia di metri abbiamo notato una paio di land rover camper, un piccolo accampamento, inglesi, credo.Io vado un pò in giro, in mezzo a ficus giganteschi, a raccoglier rametti, finhè, da dietro un albero, un ruggito.
Raggelo e piano piano, camminando all’indietro, senza dar le spalle al buio, torno al fuoco: i rametti sono sufficienti, decido !
Antonino, per darsi coraggio canta Michelle , da cani, con la mia chitarra: viene minacciato seriamente e desiste: non posso concepire di esser arrivato fino a Bogoria per sentire una capra storpiare un capolavoro….e sovrapporsi ai mille suoni di quel bosco nerissimo.

Alla fine ci infiliamo in tenda: io vorrei lasciar aperto, solo la zanzarierina, lui è ferreo: vabbè.

Dopo un pò stiamo per addormentarci, qualche rumore un pò troppo vicino, un rametto, un respiro: siamo vigili, allertati. Arrivano ancora più vicino……sono parecchi…
Poi indietreggiano. Spariscono. Boh.

Stiamo per addormentarci: un macello.
Dall’accampamento degli “inglesi” viene un rumore incredibile.
Urla agghiaccianti, strepiti, fischi, ruggiti, grugniti (oh, ho finito i verbi, di tutto e di più, ) emessi da moltissimi esseri non identificati. Nessun umano, nessuna parola o grida umana: dieci minuti di inferno a un volume incredibile.
Poi il silenzio.

Come stai in tenda, al buio, in un bosco, così ?

Voi non ci crederete, ma a me non me ne fregava nulla: forse sono matto ma credo che l’ottimismo sia barriera invalicabile.
Mi sentivo benvoluto, in armonia.

Riproviamo a dormire…un pò ci vuole però.
Cazzo, stavo per dormire: un rametto, vicino.
Occhi aperti. Un altro rumore, ma di la. Un ansimare, vicino, respiri, presenze, le senti, respiri, tantissimi, tutti attorno, destra, sinistra SOPRA….vicinissimi…
di colpo: l’inferno.

Una tale massa di grida, strepiti, grugniti, latrati, ringhii, sbuffi, urla, fischi, vicini, a mezzo metro da noi ma proprio da ogni direzione, una quantità enorme di…..non so, sta facendo un casino come mai nella vita, in Africa, al buio, che li potrei toccare, appena dietro la sottilissima tenda….

Non si resiste: battiti e adrenalina ci stanno schizzando fuori dal naso: Antonino (è vero, succede) ha proprio i capelli dritti, in verticale. Sotto l’abbronzatura, è bianco.

Decido una sortita: Decido e impongo la decisione ad Antonino, è l’unica.
Prendo la torcia, spalanco la tenda, e esco urlando come un pazzo, vaffanculo, mi sgolo, a manetta, sventolando la torcia.

Un pazzesco rumore di fronde di mille animali che scappano. Faccio il “velo” ad Antonino che raggiunge la Toyota, la apre, si infila.
Io torno indietro, chiudo bene la tenda. Con passo calmo, torno alla Toyota, apro, mi seggo, e, sbattuto lo sportello, ci addormentiano quasi subito.

P.S.
Non abbiamo mai capito se era il lago Bogoria.
Erano un paio di centinaia di Babbuini, grando imitatori di voci animali, molto territoriali e quindi incazzati, quelli erano alberi “loro” e comunque animali molto potenti: un paio di loro attaccano anche un leopardo, o quantomeno possono difendersi molto bene fino ad ucciderlo.
La mattina:
Gli inglesi erano spariti.
Il lago erano molto vulcanico: sulle rive bolliva e ci ho fatto il caffè.




Jasalmer

foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
Dopo Jodhpur, andiamo nel deserto, a Jasalmer.
La macchina ha la marmitta che passa…..ovunque, il pianale è buono per cuocerci le salsicce. Il sole è ossidrico.

Jasalmer compare nel deserto, la città gialla (Jaipur è la città rosa, Jodhpur la città blu).
La citta vecchia, la rocca, è bellissima, facciamo romantici e andiamo a stare lì.
Non c’è però l’acqua, lo striminzito canale di scolo sotto le finestre ci spinge a cambiare però dopo una notte non profumatissima.

E’ comunque bellissima.

Il giorno dopo siamo invece nella città (vabbè) bassa.
Fame e sete sono notevoli.
Vediamo la scritta Pizza. Ci escono gli occhi.

Il gestore è orgoglioso. Ordiniamo pizza e un Hamburger.
…………..che ingenui.

LA pizza è un disco di ghiacco dove su ci ha messo dell’origano che gli è arrivato dalla Germania. L’hamburger un pezzo di cadavere di pollo morto nel cretaceo.
Avrei mangiato anche del legno, o del sughero ma quello no, è troppo.
Siamo tristissimi. Niente, non mangiamo niente.
Una bibita, la perenne Limca, ci salva almeno dalla sete.

Partiamo per il deserto del Thar, oasi di Sam.
Prendiamo da li i cammelli. Noi al trotto, Maria, entusiasta , al galoppo: si abraderà completamente e starà in ginocchio, senza potersi sedere, per giorni……io bevo del latte di una capra dei gitani rahajasthani, che vivono nelle capanne…..un bel rischio, ma la TBC mi evita….




Avete una idea migliore ?

Avete una idea migliore ?

Esistono le multinazionali, siano esse del denaro,
intente a farcelo mancare,
della farmaceutica, intente a farci ammalare,
delle armi, produttrici di guerre,
delle sementi, fautrici di sterilità,
di menzogna, si son comprate i media.
Per renderle inoffensive c’è solo un modo:
non comprare più da loro.
Autoproducendoci tutto.
Dobbiamo rimanere piccoli, ma diventare tantissimi.
Non ci vedranno, non capiranno.
– Sono già morti.
Noi invece vogliamo la vita.

Una vita di fiori, di fatica felice, di comunità, di orti, di scienza applicata, di scambi locali, di qualità, di silenzi e di risate, di paese, di bellezza, di amore, di libri, di legno, di profumi, di musica, di rapporti, di vecchi e di bambini, di verdure e animaletti, di alberi, di invenzioni, di attrezzi e conserve, di piantine che germogliano, di calli, di freddo e di caldo, di acqua e camino, di vino, di piccoli progetti e grandi risa, di salute e abbracci.

Insomma, il piano è questo:
Da un lato produrremo cibo in quantità, ci autoprodurremo l’energia, organizzeremo comunità libere.
Il tutto gestito, insieme a ogni altra competenza, bisogno, lavoro, necessità, scambio, con un’economia basata su buoni di rete.
Cioè crediti che ognuno può acquisire fornendo la sua opera, dal muratore al giardiniere, dal tenere i bambini all’accompagno, dalle lezioni di inglese al mettere le guaine sul tetto.
Per il quarto, e forse primo, bisogno, cioè il senso di comunità e di solidarietà, noi, oltre a divertirci, non lasceremo indietro nessuno.

Questo è sicuro.
Questo è il nostro dovere.
Vogliamo questo e faremo questo.

Avete un’idea migliore?

www.resilienze.info




Pushkar

foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
Siamo a Puskar, seconda città santa dell’India, dopo Varanasi.
Bellissima. Affacciata su un lago, sacro anch’esso, immagino.

Andiamo a pranzo in un localino molto carino: vegetariano come tutti.
Una lunga fila di bellissimi recipienti in argento, con sotto una fiammella per tener caldo,compongono il ricco buffet.
Tante cose buonissime, saporitissime: panir tikka, chapati, nan, dal, dosa, curry vari…

Dopo un pò comincia a piovere.
Alle gocce manca il manico, per il resto sono secchi.

Dopo un pò si allaga tutto. Alziamo le gambe, poi saliamo sulle sedie, poi sul tavolo, anche li l’acqua alla fine ci arriva alle caviglie……
Ridiamo. Che dobbiamo fare ?

Il mio amico Claudio, mi confessa: “A francè, mo te lo devo dì, quando mi raccontavi dell’India, a volte ho pensato che me stavi a raccontà un pò de cazzate, invece……, quello che me dicevi, era niente……”.

Dopo un pò l’acqua defluisce un pò, scendiamo dal tavolo, camminiamo nel fango.

C’è un tramonto bellissimo sul lago sacro.

E noi lo ammiriamo attoniti.

Una meraviglia.




Traffico a Benares

foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
Siamo a Benares.
C’è un casino, macchine, jeep, camion, cammelli, somari, mucche, risciò, pedoni, autobus, il tutto gestito…… no.
Non gestito.
Con piccole eccezioni….
A un incrocio vediamo che al centro, su un piedistallo, c’è un poliziotto con un bamboo lungo circa un metro e mezzo.
I risciò, i pedoni, i cammelli, qualunque cosa arrivi all’incrocio, oltre la riga di mezzeria, prende una bastonata forte, secca, si sente lo schiocco, sulla schiena. Un bel colpo.
D’altronde, pensiamo, che multa fai a un guidatore di risciò seminudo senza fissa dimora che vive e dorme sul risciò ?
a una mucca ?
a un cammello ?
Comunque, in quell’incrocio funziona.

In quello dopo no.

Arrivando sempre più oltre la mezzeria, in pratica si è creato un incrocio dove, da tutte e le quattro vie, si arriva e basta, a senso unico: il tappo è totale (penso siano ancora la, dal ’94..)

Siamo imbottigliati.

—- Ma in un incubo.
Chi pensa di aver visto il traffico a Roma, Napoli, Bari o Catania, non sa di cosa parla. La densità in India è il triplo. La distanza tra gli oggetti, siano carri, autobus o cammelli, è nell’ordine dei pochi centimetri, in movimento, millimetri quando si è fermi.

Il nostro risciò, un ape, è stretto tra un autobus, proprio attaccato, non più di due centimetri, e una jeep, mahindra, che ha il tubo di scappamento infilato proprio nel risciò: sono cazzi amari.
E’ un problema serio.
Claudio gesticola convulsamente verso il guidatore della Mahindra, per dirgli di spegnere.
Quello, radioso, giocoso, non capendo, sgasa…..

Il panico.

Avete presente Felix quando gli scoppia la bomba in mano, tutto nero ?

La forza della disperazione, mi inerpico tra autobus e risciò, se ci muovessimo in quel momento sarei stritolato, spingendo con tutta la forza della disperazione, piegando il risciò sui molleggi, strisciando contro l’autobus, esco.
Poi inclino il risciò di lato ancora e faccio uscire gli altri.
Camminiamo sul risciò e guadagnamo il marciapiedi.

Neri. Siamo tutti neri.




Agra Benares

foto di Francesco Neri.
Un’altra volta molti anni dopo, nel 1994, siamo ad Agra.
Abbiamo rivisto il Taj Mahal, ecc.ecc.
Vogliamo andare a Benares..
Saliamo su una carrozza al binario indicatoci.
Una grandissimma caccola con le ruote.
Zozza, ma zozza come una cosa può essere in India. I mie amici ai quali avevo raccontato dell’India, inorriditi, stanno rigidi.
Io mi sbrago. Tanto dopo un pò – ci aspettano 22 ore di viaggio – lo fai comunque….
Claudio, il mio amico:”ma…siamo sicuri che va a Benares ?
Eh. Oh. Binario sette diceva. Questo è il sette”
“Uuuummm”.
“Schius mi” rivolgendosi a un indiano – tis trein, tis trein, go to varanasi ?

“NNNOOOO. BOMBE’ ”

Cazzo. Ci catapultiamo giù, che già il treno si muoveva.
Sarebbe andato per 44 ore nella direzione opposta !

Dopo 26 (!) oire arriviamo a Benares, tramortiti.

Ci accoglie una stazione, che ….. vabbè, se non ci siete stati è inutile.
Non si capisce niente.

A un certo punto Claudio, che è alto 1,91 vede in lontananza “information” e si catapulta facendosi largo tra la folla forte della sua stazza.
Torna dopo 3 o 4 minuti piegato in due. Non riesce a parlare.
Ha le lacrime, capisco dopo un pò che sta ridendo, ma è soffocato dal riso, mi indica solo di seguirlo….

Vado.

In una gabbia di ferro ritorto, color nimio, una finestrella, con sopra la scritta “information” in cui è riquadrata perfettamente, e ci guarda indagatoria una……mucca.

Benares.




Angeli

foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
foto di Francesco Neri.
Angeli. Una storia che mi è successa.

Siamo a Srinagar, capitale del Kashmir. 1985.
Abbiamo attraversato l’himalaya a piedi. C’erano dei pony ma servivano per i bagagli, e se qualcuno non ce la faceva più.
Come fu, infatti. Abbiamo preso un terremoto fortissimo per noi. Io ero in fila alla posta di srinagar, Silvia era sulla House boat, il nagin lake bolliva.
I kashmiri non han fatto una piega. Sotto i sei richter non si scompongono.
Dopo quindidci giorni a riposarci nel bellissimo appartamento galleggiante partiamo per il Ladack, il Tibet indiano.
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Il tragitto Delhi – Srinagar, un mese prima, si è rivelato un incubo perchè abbiamo preso un bus Luxury, che è un catorcio ma ha lo stereo.
Noi lo prendemmo per evitare di essere 4 in ogni sedile. Sottovalutammo però il fatto che stereo vuol dire un altoparlante a 15 cm dal cranio a manetta, distortissimo, con musica indiana, tutta la notte: il viaggio durò 36 ore. Avevamo i timpani nel duodeno.

Allora scegliamo per srinagar un bus economy, e che sarà mai….. tutto fuorchè lo stereo….

Arriviamo al bus che è pieno. I nostri posti ? chiediamo. “Here, here ……”
Ci viene indicato lo spazio piccolo tra l’utlima fila di sedili e il vetro posteriore. Non più di 30 centimetri. Il viaggio attraversa l’himalaya, rasenta Pakistan e Cina e arriva nell’altipiano Tibetano.
Si valica a 4.100 slm. e dura due giorni, si pernotta a Kargill.
Provo a entrare, di sbieco, quasi trasversale al senso di marcia, forse, ci si può stare… certo due giorni, è impensabile. Poi arrivano altre sette indiani che staranno lì anche loro.
Quindi ognuno di noi ha 30x30cm, circa. Cioè il sedile davanti a noi lo sorreggiamo noi con le ginocchia. Silvia piange.
L’autobus parte. La strada è assurda. Di una pericolosità inaudita. Ora quella strada è famosa perchè hanno fatto dei video sulla strada più pericolosa del mondo, in TV.Un paio di mesi prima un autobus è andato di sotto: hanno calcolato 55 persone: 55 morti. Punto.
I panorami sono mozzafiato. Il sedile pure.

Il bello è che in India quando pensi che peggio non possa andare,sei lontano , lontano….

Il bus, nei pochi tratti in cui raggiunge i trenta all’ora, sobbalza in maniera che non è descrivibile. Noi nell’utlima fila ci stacchiamo ogni volta dal sedile, voliamo verso l’alto, a volte sbattiamo sul soffitto del bus,e ripiombiamo giù, prendendo un colpo formidabile nei reni, dalla palanca che ci fa da poggiaschiena. Dopo cinquecento colpi il dolore è insopportabile. Sto in piedi qualche ora, compenso con le gambe e distendendo le braccia respingo il soffitto. Due giorni così. L’arrivo a Leh è comunque emozionante. E’ bellissima. Solare. Arida. Non c’entra niente con India e Kashmir che abbiamo visto.
Tibetani. Buddisti. Occhi a mandorla.
Costumi che sembrano degli indios che ho visto in Sud america.

Siamo non stanchi: siamo trinciati.

La Lonely Planet ci consiglia la “Old Ladack Guest House”, camminiamo, poi chiediamo, a un signore alto, abiti dimessi ma distinto.
Ci accompagna. a piedi, lentamente, Leh è a 3500 metri slm. non ci si può affrettare, il fiato sparisce in 3 passi.
La old ladack è chiusa o piena, non ricordo.
Chiediamo dove potremmo andare. .A quel punto siamo quattro, abbiamo fatto amicizia con una coppia di ragazzi olandesi, splendidi compagni di sventura sul bus. Rimarremo amici per anni.
“Anch’io ho una guest house, se volete onorarmi” (ma non ce l’aveva detto, noi avevamo chiesto altro).
La signorilità dei Tibetani è imbarazzante !
Ci accompagna nella sua umile ma dignitosissima dimora.
E’ un super signore, gentilissimo.

Ci invita, se vogliamo, a cena, inchina il viso scusandosi che però non può offrircela, ma sarebbe a pagamento: cena completa tibetana, se ben ricordo 1000 lire per uno.
Specie di ravioli, burro di yack emulsionato nel the in un lungo mortaio di legno, ecc
Nella più bella cucina che io abbia mai visto.
La moglie ha i modi di una regina.
Sono commosso, a un dito dal cielo.

Sono angeli.

Abbiamo attraversato l’inferno, ma siamo in paradiso.




H2info

H2info

Quando c’è una alluvione, o uno tzunami, il problema diventa l’acqua potabile.
Per l’informazione è la stessa cosa: essere sommersi da una valanga di informazioni, false, mezze false, vere ma propalate da fonti inattendibili, assurde ma reiterate allo spasmo, finisce per sortire lo stesso effetto del non averne affatto.

La verità è seppellita, inquinata, come le falde.




L’unico vaffanculo vero

L’unico vaffanculo vero.

Parliamo spesso di farsi un orto e ingegnerizzare la propria casa e la propria vita in maniera da essere INDIPENDENTI alimentarmente ed energeticamente.

Conviene al singolo.
Ovvio. Bollette e spesa ridottissima e cibi buoni.
Non rimani senza energia e cibo se il mondo va storto….

Ma…
C’è un risvolto ancora più importante.

“NON CI SERVE”
Potremmo dire a chi disintegra col gas o senza un popolo intero, e dei bambini, perchè nella loro nazione vuole farci passare un tubo, per lo stesso motivo abbatte ulivi secolari: per farci passare un tubo. Per poi vendere il gas a noi, e “sfilarlo” ai concorrenti.

NON CI SERVE.
Potremmo dire ai beduini sauditi che sterminano gli yemeniti per assecondare i loro alleati dell’oro nero. Il petrolio.

NON CI SERVE
Potremmo dire alle multinazionali del veleno che ci mandano navi di grano al glifosato dal Canada o dall’Ucraina.

NON CI SERVE. Abbiamo tutto.

Grazie.

Andate affanculo, Voi, le vostre bombe intelligenti, i danni collaterali, le guerre umanitarie, le bombe al fosforo, le bombe a grappolo, i gas.
Il vostro mondo di tubi, di fossili, di bombe e di odio, di raffinerie e di caccia, di missili e minacce

NON CI SERVE.